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Dopo Soros: “Lobby Ebraica”, un tabù infranto? - 1


AUTORE: Manno Mauro, aprile 2007

Tradotto da Originale


 

I. Si può trascurare M&W [1], ma il finanziere Soros è ineludibile

Una «logica» infame

Ogni discussione sull’influenza delle comunità ebraiche sui governi dell’Occidente ha rappresentato per lungo tempo, praticamente dalla fine della II guerra mondiale ai giorni nostri, uno dei più solidi tabù e un ostacolo alla libera circolazione delle idee nei nostri paesi che pur si vantano di essere la culla della democrazia e della libertà di opinione e della sua diffusione a mezzo stampa o telematica. Parlare dell’influenza ebraica sui governi dell’Occidente, o semplicemente di lobby ebraica, veniva immediatamente assimilato al voler riproporre sotto nuova forma I protocolli dei saggi di Sion e al ripresentare la teoria del complotto ebraico quale tentativo di controllare il mondo. L’accusa non si fermava qui naturalmente e si finiva per essere dichiarati nazisti, cioè rappresentanti del male assoluto.

La semplicistica «logica» deduttiva a cui si ricorre ancora oggi contro chiunque osi pronunciare le parole “lobby ebraica” è la seguente:

Parlare di Lobby Ebraica = Protocolli dei Saggi di Sion = Credere nel Complotto Ebraico = Antisemitismo = Nazismo = Sterminio degli Ebrei = Male Assoluto

Questa «logica» ha fatto corpo con la narrativa dei vincitori della seconda guerra mondiale soprattutto dopo la costituzione dell’alleanza tra gli Stati Uniti e Israele ma è stata anche accettata con entusiasmo dalla tradizionale sinistra parlamentare europea e parte di quella extraparlamentare, le quali, avendo perso il punto di riferimento del socialismo, si qualificano con l’unica discriminante del nazismo. Questo è anche l’unico per riuscire a giungere al potere e servire più o meno tutte le altre esigenze del capitalismo, dallo sfruttamento, alla globalizzazione, dalla guerra all’imperialismo.

Questa «logica» semplicistica che perfino uno studente di filosofia del liceo metterebbe in crisi, ci è oggi imposta in alcuni casi con la forza della legge. Ogni elemento della sequenza costituisce col successivo una tautologia per cui il primo e l’ultimo finiscono per equivalersi. Parlare di lobby ebraica è volere il male assoluto, cio che nel gioco delle tautologie significa lo sterminio di tutti gli ebrei. Non è quindi sorprendente che contro gli sterminatori si debba ricorrere alla forza della legge e dell’ostracismo.

Ma si dà il caso che parlare di lobby ebraica non voglia necessariamente dire che si crede alla veridicità dei Protocolli dei Saggi di Sion; si può addirittura essere antisemiti senza essere nazisti e senza volere lo sterminio degli ebrei (lo scrittore cattolico Bernanos ebbe ad affermare che “Hitler e il nazismo hanno disonorato l’antisemitismo); si può non essere affatto antisemiti e sottolineare l’esistenza di una lobby ebraica. Io personalmente noto che nella comunità ebraica mondiale vi è assai diffuso e forte un rifiuto dell’assimilazionismo e quindi una insistenza a-storica sui matrimoni razziali (endogamici); questa tendenza, precedente la nascita del sionismo, è oggi incoraggiata proprio dal sionismo; la si può tenere per razzismo bello e buono e quindi combatterla in nome di un mondo senza razze e in nome di un’umanità indivisa in cui gli esseri umani sono tutti uguali.

L’antisemitismo è ovviamente una forma di razzismo inaccettabile come, ma non più del razzismo che colpisce i neri o i nord africani o chiunque altro sia ritenuto «diverso». Personalmente riconosco un’unica diversità importante tra gli esseri umani: i gruppi sanguigni. Non si può donare o ricevere il sangue a/da persone con gruppo sanguigno non compatibile con il nostro. Per il resto una persona normale dà e riceve sangue a/da chiunque, indipendentemente dalla razza o dalla religione o dal colore della pelle. Ritengo il concetto di razza completamente sbagliato e a-storico. Millenni di vita in comune e di movimenti di popoli sulla terra hanno reso per lo meno obsoleta questa idea malsana.

C’è comunque qualcos’altro di paradossale nella «logica» di cui sopra: I Protocolli dei Saggi di Sion sono oggi riconosciuti universalmente come un falso storico. Nessuno si sogna oggi di ritenerli validi se non qualche personaggio eccentrico e originale come per esempio, tanto per citarne uno, Henry Makow, l’inventore del gioco Scruples [2]. Se quasi nessuno crede più ai Protocolli, sono sempre più numerosi coloro che parlano di lobby ebraica. Il suo operato non può assolutamente più essere equiparato ad un complotto segreto degli ebrei, in quanto tutti possono vedere come le varie organizzazioni che compongono la lobby operino alla luce del sole, riportino nella loro stampa le loro operazioni, si vantino dei loro successi, ecc. L’accusa rivolta a chi denuncia la lobby ebraica di credere nell’esistenza di un complotto segreto ebraico è semplicemente ridicola. Esistono interessi che le comunità ebraiche nell’Occidente difendono presso i governi dei paesi in cui operano. Questi loro interessi sono essenzialmente i loro interessi economici (si tratta spesso di comunità ricche o con ricchi uomini d’affari) ai quali si aggiungono gli interessi politico strategici di Israele. La difesa di questi interessi ebraici avviene alla luce del sole, con tutti i mezzi legali e illegali che il capitalismo (il potere del capitale) mette a disposizione. 

Eppure parlare di questa lobby ebraica (non di un fantomatico complotto ebraico) è oggi assolutamente vietato. Non è politically correct anzi è un tabù la cui violazione può costare cara. È Streng Verboten. Ebbene, nel corso dell’ultimo anno anche questo pilastro della repressione del libero pensiero ha cominciato a emettere evidenti scricchiolii che ne lasciano presagire il crollo. Ma questo non è avvenuto perché chi doveva difendere la libertà di pensiero e di stampa, cioè principalmente i governi e i grandi media, hanno condotto una battaglia contro i tabù. Sono stati anzi proprio questi ipocriti “difensori della libertà” che hanno imposto il silenzio, che hanno difeso il tabù, che hanno represso la libertà d’espressione.

Ciò che ha aperto spazi al dibattito è stata la sconfitta della criminale strategia neoconservatrice sionista americana e israeliana in Iraq, in Libano e in Palestina. Soprattutto in Iraq dove i soldati americani continuano a morire per difendere la strategia di un Grande Medioriente dominato da Israele.

Lobby ebraica, lobby sionista o lobby pro-israeliana? Perché non semplicemente LESPI?

Oggi si comincia a parlare della lobby ebraica in America. Ma non tutti usano l’aggettivo ebraica. Si preferisce ricorrere a termini più neutri come lobby pro-israeliana, lobby israeliana o a termini più politici come lobby sionista. Perché questa reticenza? È vero che è veramente difficile non costatare l’operato pro-israeliano del Congresso o dei vari governi (Democratici o Repubblicani). È impossibile non attribuire ad organizzazioni pro-israeliane in America l’evidentissimo sostegno degli Stati Uniti allo Stato d’Israele, alla sua economia, al suo esercito o la sfacciata e intransigente difesa del rappresentante ONU di Washington di tutte le malefatte israeliane e i numerosi veti opposti alle risoluzione di condanna dello stato ebraico. Ciò avviene anche se è altrettanto evidente che la difesa delle ingiustizie di Israele, contro il sentire dell’intera comunità mondiale, indebolisce la credibilità dell’unica superpotenza rimasta ed è un fattore che ha contribuito non poco al suo attuale isolamento internazionale. La verità è che non si usa il termine lobby ebraica e si ricorre a termini sostitutivi essenzialmente perché ciò non piace alla lobby ebraica stessa. E anche perché si teme di essere accusati di «antisemitismo»

Eppure la lobby è ebraica perché è costituita come vedremo di numerose organizzazioni e personalità ebraiche. Esse hanno i loro interessi negli Stati Uniti, sono gli interessi di una fetta importante del capitalismo finanziario americano ma sono riconducibili a ebrei. Questi interessi si estendono non solo negli Stati Uniti, anche nel resto del mondo e in particolare in Israele. Molti ricchi finanzieri o uomini d’affari americani hanno investito nella “terra dei loro avi”, per arricchirsi e per sostenere lo stato sionista. Così la lobby ebraica difende i suoi propri interessi economici in America ma difende anche i suoi interessi in Israele. Questa lobby è ebraica perché la maggior parte degli ebrei si riconoscono in essa (checché ne dicano gli ebrei che la contrastano).

Siamo veramente stanchi di dover ripetere certe cose ma facciamolo comunque: È naturalmente vero che non tutti gli ebrei d’America fanno parte della lobby ebraica, in quanto la lobby ebraica è sostanzialmente permeata dall’ideologia sionista e non tutti gli ebrei sono sionisti. È vero certamente, ma è anche vero che gli ebrei che si contrappongono alla lobby ebraica sono molto pochi, sebbene in crescita. Allora ha senso parlare di lobby ebraica e non vogliamo avere attenzioni alla speciale (e falsa) sensibilità ebraica che impedisce a tanti di pronunciare l’aggettivo che inizia con la lettera e. A coloro che ricorrono esclusivamente al termine sionista, diciamo che non serve a niente perché secondo il nuovo paradigma ebraico, cioè antisionismo = antisemitismo oggi molto di moda, gli antisionisti o semplicemente chiunque attacca Israele e la sua politica è assimilabile di diritto e di fatto al male assoluto. Continuino pure, costoro, a parlare di lobby cinese, o lobby indiana o altro, nessuno li accuserà di voler sterminare tutti gli indiani o tutti i cinesi, ma si guardino di dire male di tutto ciò che è ebraico, sionista o israeliano.

Non solo non si usa il termine di lobby ebraica, ma molti sostengono che la lobby pro-israeliana (israeliana, sionista) non ha alcun peso nella politica americana in quanto sono esclusivamente gli interessi nazionali (in particolare quelli petroliferi) che determinano la politica estera statunitense in Medio Oriente. É facile rispondere che se così fosse non avrebbe molto senso l’esistenza stessa di una potente e ramificata lobby pro-israeliana negli Stati Uniti. Si può loro rispondere che se si considerano esclusivamente gli interessi americani (senza lobby) a breve scadenza (le difficoltà della guerra in Iraq e l’isolamento internazionale USA) e a scadenza molto più lunga (il rapporto con i paesi arabi, il petrolio e la prospettiva della contesa globale con la Cina), non si capisce come una grande potenza come gli Stati Uniti non riesca a imporre la costituzione di un piccolo stato palestinese che richiederebbe solo il ritiro di qualche decina di migliaia di coloni per liberare un territorio grande quanto la provincia di Lecce in uno stato poco più grande della Puglia. Gli Stati Uniti ne guadagnerebbero enormemente senza danneggiare più di tanto il loro alleato Israele. Una cosa analoga è stata fatta in un batter d’occhio a Timor Est, imponendola a un alleato molto importante in Estremo Oriente, l’Indonesia; un alleato fondamentale degli USA per l’inevitabile futuro confronto con la Cina, e un alleato che oltretutto rischia di scivolare nell’antiamericanismo e nell’integralismo islamico. Solo l’influenza e il peso della lobby ebraica possono spiegare la cecità della strategia americana in Medio Oriente.

Tutta la storia degli interessi petroliferi americani che avrebbero portato gli USA a invadere l’Iraq, non ha molto fondamento. Il petrolio è destinato a vedere diminuire la sua importanza a causa del pericolo del riscaldamento globale e i governi occidentali stanno pensando di correre ai ripari e sviluppare forme di energia alternative. Inoltre si pensa veramente che gli Stati Uniti possano permettersi di invadere i paesi petroliferi per controllarne le risorse? Proprio l’esempio dell’Iraq dimostra che questa strategia è troppo costosa e porterebbe ancora più rapidamente ad una crisi petrolifera mondiale. É molto più facile comprare il petrolio sul mercato. Come ci spiegherà in seguito Michael Neumann gli Stati Uniti non hanno invaso i paesi produttori di petrolio quando essi hanno nazionalizzato le loro risorse o quando si sono consociati nell’Opec per difendere i loro interessi. Ci sono stati altri modi per assicurarsi i rifornimenti energetici, si sono utilizzati i petrodollari per stimolare l’economia americana e quando le cose si sono messe veramente male si è ricorso alle pressioni per ottenere un regime change come con l’Iran di Mossadeq. La politica delle guerre  mediorientali attuali è frutto del potere della lobby ebraica nelle istituzioni americane. L’invasione dell’Iraq si spiega solo se lo si considera come il primo pezzo del gioco di domino geopolitico immaginato da Israele, dalla lobby ebraica americana e dai neoconservatori sionisti. Caduto l’Iraq, gli altri pezzi, la Siria, la Palestina, l’Iran, ecc sarebbero caduti senza nemmeno troppi colpi ferire (si sperava) dal momento in cui maturavano le condizioni di un gigantesco regime change tutto favorevole a Israele.

Propongo comunque di usare da ora in poi il termine ‘lobby ebraica sionista pro-israeliana’. O più semplicemente il suo acronimo LESPI. Mi voglio prendere lo sfizio di formulare un nuovo termine onnicomprensivo e chissà che non riesca a mettere d’accordo un po’ tutti (quelli che hanno coraggio)?

Chi è George Soros e perché il suo intervento è importante?

George Soros non è un personaggio qualunque. La sua storia e la sua posizione ci inducono a pensare che il suo intervento sulla questione della LESPI in America rappresenti un turning point al quale dobbiamo attribuire la dovuta importanza.

Wikipedia  mette in risalto il fatto che egli sia stato “il fondatore del Soros Fund Management” e soprattutto “nel 1970 (..) del Quantum Fund insieme a Jim Rogers”. Viene inoltre specificato che “il fondo ebbe un rendimento del 3,365% nei successivi 10 anni, e creò la base della fortuna di Soros”. Con questi denari Soros si diede a vaste “speculazioni monetarie” internazionali che sono così riassunte da Wikipedia:

“Nel Venerdì Nero del 16 Settembre 1992, Soros divenne improvvisamente famoso quando vendette allo scoperto più di 10 miliardi di dollari in sterline, approfittando della riluttanza da parte della Banca d'Inghilterra sia di aumentare i propri tassi di interesse a livelli confrontabili con quelli degli altri paesi (il Sistema Monetario Europeo) sia di lasciare il tasso di cambio della moneta fluttuante. Alla fine, la Banca d'Inghilterra fu costretta a far uscire la propria moneta dallo SME e a svalutare la sterlina, e Soros nel processo guadagnò una cifra stimata in 1.1 miliardi di dollari. Da quel momento fu conosciuto come "l'uomo che distrusse la Banca d'Inghilterra. Nel 1997 durante la crisi finanaziaria Asiatica, l'allora Primo Ministro Malese Mahatir bin Mohamad accusò Soros di volere il deprezzamento della moneta Malese, il ringgit.”

Sempre secondo Wikipedia Soros è stato accusato anche di insider trading:

“Nel 1988 gli fu chiesto di partecipare ad un cambiamento di gestione di una banca Francese. Rifiutò di partecipare all'offerta, ma più tardi acquistò una relativamente piccola parte di azioni della compagnia. Quattordici anni dopo, nel 2002, una corte Francese lo condannò per insider trading e lo multò di 2 milioni di dollari. Soros negò qualsiasi addebito e disse che la notizia del cambiamento di gestione era pubblica. Dopo vari appelli è stato condannato dal tribunale francese nel Giugno 2006 a pagare una penale di 2,3 milioni di dollari.”

Ecco invece come lo descrive Heather Cottin militante anti-imperialista sul Covert Action Quarterly [3] 

“Sì ho una politica estera: il mio obiettivo è divenire la coscienza del Mondo”.  Non si tratta per nulla di un caso di narcisismo acuto della personalità; ecco infatti, come George Soros applica oggi il potere dell'egemonia degli USA nel mondo. Le istituzioni di Soros e le sue macchinazioni finanziarie sono in parte responsabili della distruzione del socialismo in Europa dell'Est e nell'ex URSS. Ha gettato la sua attenzione anche sulla Cina. Ha preso anche parte a tutte le operazioni che sono sboccate nello smantellamento della Jugoslavia. Mentre si dà  arie da filantropo, il ruolo del miliardario George Soros consiste nel rinserrare la presa ideologica della globalizzazione e del Nuovo Ordine Mondiale assicurando la promozione del proprio profitto finanziario. Le operazioni commerciali e "filantropiche" di Soros sono clandestine, contraddittorie e coattive. E, per ciò che riguarda la sue attività economiche, egli stesso ammette che non ha coscienza, in quanto capitalista è assolutamente amorale. Maestro della nuova arte della corruzione che inganna sistematicamente il mondo, con accesso agli uomini di stato che lo ascoltano. È stato vicino a Henry Kissinger, Vaclav Havel e al generale polacco Wojciech Jaruzelski. Sostiene il dalai lama, il cui istituto si trova a Presidio, San Francisco, che ospita, tra l'altro, la fondazione diretta dall'amico di Soros, l'ex dirigente sovietico Mikhail Gorbachev. Soros é una figura di punta del Consiglio delle Relazioni estere, del Forum economico mondiale e di Human Rights Watch (HRW). Nel 1994, dopo un incontro con il suo guru filosofico, Sir Karl Popper, Soros ordinava alle sue società di mettersi a investire nelle comunicazioni in Europa centrale e dell'Est. L'amministrazione federale della radiotelevisione della Repubblica ceca ha accettato la sua offerta di riprendere e finanziare gli archivi di Radio Free Europe. Soros ha trasferito i suoi archivi a Praga e ha speso più di 15 milioni di dollari per i loro spettacoli. Congiuntamente con gli USA, una fondazione Soros dirige oggi Radio Free Europe/Radio Liberty, che ha esteso le sue ramificazioni al Caucaso e in Asia.  Soros è il fondatore e il finanziatore dell'Open Society Institute. Ha creato e sostenuto il Gruppo internazionale di Crisi (GIC) che, tra l'altro è attivo nei Balcani dopo lo smantellamento della Jugoslavia. Soros lavora apertamente con l'Istituto Americano per la Pace - un organo ufficialmente riconosciuto dalla CIA. Quando le forze ostili alla globalizzazione protestavano sulle strade attorno il Waldorf-Astoria, a New York, nel febbraio 2002, George Soros era all'interno e teneva un discorso davanti il Forum economico mondiale. Quando la polizia premeva i manifestanti nelle gabbie metalliche a Park Avenue, Soros vantava le virtù d'una "società aperta", unendosi così a Zbigniew Brzezinski, Samuel Huntington, Francis Fukuyama e altri”

Ognuno la pensi come vuole ma quando un personaggio del genere interviene in politica e attacca l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee, la principale organizzazione della LESPI) noi abbiamo il dovere di ascoltare. L’attacco è tanto più significativo in quanto George Soros è ebreo.

Cosa dice il suo articolo?

Immaginiamo che Soros debba aver riflettuto molto bene prima di denunciare pubblicamente l’AIPAC. Sul volume 54, numero 6, della prestigiosa New York Review of Books (12 aprile 2007) egli ha fatto pubblicare un suo articolo intitolato On Israel, America and AIPAC [4]. L’articolo ha subito scatenato un enorme dibattito sui giornali del mondo anglosassone e oltre. In realtà le cose scritte da Soros nel suo articolo sono ben note a chi ha avuto occhi per vedere e non ha fatto uso di paraocchi sionisti o “di sinistra”, ma la cosa importante è che sia lui a dirle. E cosa dice Soros?

Scottanti ammissioni

Egli inizia con un attacco diretto all’amministrazione Bush la quale “ancora una volta sta per commettere un enorme sbaglio politico in Medio Oriente”. Il riferimento è alla volontà americana di non riconoscere il governo di unione nazionale palestinese con la scusa che al suo interno predomina Hamas, vincitrice dopotutto delle ultime elezioni politiche. Si tratta di un errore molto grave, secondo Soros, perché oggi “la minaccia più grande per Israele viene dall’Iran” e per questo “una progressione verso una soluzione in Palestina aiuterebbe ad affrontare meglio quella minaccia”.

Soros lamenta che “l’attuale politica dell’amministrazione Bush non viene nemmeno dibattuta negli Stati Uniti. Mentre altre zone calde del mondo sono argomento di libera discussione, la critica delle nostre politiche verso Israele viene messa assolutamente a tacere”.

La causa delle scelte politiche sbagliate dell’amministrazione Bush e del soffocamento del dibattito sulla politica americana in Medio Oriente

“si trova nella dilagante influenza dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), che influisce fortemente su entrambi i partiti Democratico e Repubblicano. La missione dell’AIPAC è di assicurare il sostegno americano a Israele ma negli anni recenti si è spinto  oltre ogni limite. Si è alleato strettamente con i Neoconservatori ed è stato un entusiastico sostenitore dell’invasione dell’Iraq. Ha esercitato attivamente la sua attività di lobbying per ottenere la conferma di John Bolton quale ambasciatore USA alle Nazioni Unite. Continua ad opporsi ad ogni dialogo con un governo palestinese che abbia al suo interno Hamas. Ancora più di recente, è stato tra i gruppi di pressione che sono riusciti a imporre alla direzione del partito Democratico di lasciar cadere la condizione che il Presidente ottenga la preventiva approvazione del Congresso per poter attaccare l’Iran. L’AIPAC sotto l’attuale direzione ha chiaramente travalicato la sua missione, e ben lungi dal garantire l’esistenza di Israele, la sta mettendo in pericolo”.

Soros, il grande “filantropo” (così lo definisce il giornale della comunità ebraica americana Forward), è preoccupato per Israele e quando critica la politica di Bush e l’influenza dell’AIPAC è solo perché esse, secondo lui, mettono in pericolo la sicurezza dello Stato Ebraico e, lo vedremo dopo, rischiano anche di far crescere l’antisemitismo. Registriamo che il filantropo non ha preoccupazioni per il popolo americano, per i soldati morti in Iraq, per le numerose vittime civili irachene.

Vale la pena fare alcune brevi considerazioni sulle sue affermazioni. Prima di tutto la sua conferma che l’AIPAC strongly affects sia il Partito Democratico che quello Repubblicano mi pare un’affermazione che la dice lunga sul peso della LESPI in America. Una lobby che “influisce fortemente” sui due unici partiti americani non è cosa da nulla nella cosiddetta democrazia statunitense. Quando poi Soros afferma che l’AIPAC si è closely allied con i neoconservatori, non dice tutta la verità. Non si tratta di alleanza stretta ma semmai di diretta emanazione nel senso che i neoconservatori sono l’AIPAC oggi. I neoconservatori sionisti sono quasi tutti ebrei e prima di andare al governo con Bush operavano nei vari centri di “studi” strategici filo-israeliani da sempre finanziati e diretti dall’AIPAC. Quanto all’invasione dell’Iraq, l’AIPAC non l’ha solo sostenuta entusiasticamente ma l’ha progettata. Basta andarsi a rileggere il famoso documento intitolato “A Clean Break” (un taglio netto) scritto da Netanyahu e da David Wurmser. Tutti sappiamo chi è Netanyahu e conosciamo il suo legame con i neoconservatori USA e i cristiano-sionisti del Bible Belt, Su David Wurmser se ne sa un po’ meno, allora basta ricordare che dopo essere passato per vari think tanks dell’AIPAC, dopo aver fatto il suo lavoro al Project for New American Century (PNAC) accanto a Netanyahu appunto, e al fianco di Cheney e Rumsfeld, è approdato quale primo stratega (per il Medio Oriente) nel gruppo dei collaboratori del vicepresidente degli Stati Uniti. Il PNAC è una creazione della lobby e ha avuto, fin dalla sua nascita negli anni ’90, il compito di attrarre al suo interno quanti più politici conservatori americani non ebrei possibile per portarli sulla linea della destra israeliana di Netanyahu e Sharon. L’operazione è riuscita perfettamente perché oggi nell’ala politica conservatrice americana vi sono due linee contrapposte, quella sionista che è dominante e quella generalmente denominata “realista”. Gli estensori del documento “The Israel Lobby”, M&W, e il comitato bipartisan Baker-Hamilton sono i principali rappresentanti dei conservatori “realisti” e stanno cercando di porre rimedio alla catastrofica politica propugnata dai neoconservatori, dall’AIPAC, da Israele e applicata, coi risultati che conosciamo, dall’attuale presidente G.W. Bush.

Il documento “A Clean Break” fu elaborato nel 1996 e proponeva già allora l’invasione dell’Iraq e tutta la strategia del Grande Medio Oriente).

Un’altra ammissione interessante di Soros è quella che attribuisce all’AIPAC le pressioni sulla dirigenza del partito Democratico perché si concedesse al presidente la possibilità di attaccare l’Iran senza ottenere prima l’approvazione del Congresso. Ammissione di una certa gravità, ritengo. In quanto poi agli altri “gruppi di pressione” che avrebbero sostenuto questa stessa posizione, Soros non ne cita nessuno, e io personalmente non ne conosco e sfido chiunque a nominarne qualcuno.

La tattica della LESPI

Oltre alle scottanti ammissioni che troviamo nella sua lettera, Soros alza per noi un angolino del velo che copre (ma non nasconde affatto) la principale tattica della lobby che l’ha portata a dominare il Congresso. Afferma:

“La lobby pro-israeliana è stata straordinariamente vittoriosa nel sopprimere ogni critica. Se i politici sfidano il suo potere lo fanno a loro rischio e pericolo a causa dell’abilità della lobby di influenzare le contribuzioni politiche (Si tratta dei denari della lobby, come vedremo dopo e come Soros sa benissimo, ndt). Quando Howard Dean chiese nel 2004 una politica più equilibrata nei confronti di Israele, le possibilità di una sua nomina (contro Kerry, ndt) furono grandemente danneggiate(…). Gli accademici trovano sbarrate le possibili vie di un a promozione e gli esperti dei Think Tanks si vedono ritirare i finanziamenti quando vanno oltre la linea stabilita. In seguito alle sue critiche della politica repressiva israeliana in Cisgiordania, l’ex-presidente Jimmy Carter ha subito la perdita di alcuni  finanziatori del suo centro”.

Che questi finanziatori fossero ebrei, ci possiamo giurare. Che poi questa ammissione del potere della LESPI sulla politica americana attraverso il denaro ebraico, venga fatta da un esperto finanziatore ebreo della politica nel mondo, deve far riflettere tutti i nostri sinistri politici sempre pronti a lanciare l’accusa di ‘antisemitismo’ per ingraziarsi evidentemente la forza dei finanziamenti o fare opera di genuflessione davanti alla LESPI.

La soluzione secondo George Soros

“Non sono un sionista, - dice Soros – né un ebreo praticante, ma ho grandissima simpatia per i miei confratelli ebrei e una profonda preoccupazione per la sopravvivenza di Israele. Non volevo portare argomenti ai nemici di Israele (…). Ma ora devo fare una domanda: com’è che Israele è oggi tanto in pericolo? Non posso esentare l’AIPAC dalla sua parte di responsabilità. Sono un fervente sostenitore del pensiero critico. Ho sostenuto molti dissidenti in molti paesi. (…). Non posso starmene in silenzio ora, quando la lobby pro-israeliana è uno degli ultimi fortini coperti di questo modo dogmatico di pensare. (…). Penso che oggi sia cominciato in questo paese un processo assolutamente necessario di riesame della politica americana nel Medio Oriente; ma questo processo non può fare molta strada finché l’AIPAC conserverà una potente influenza (powerful influence) sia nel partito Democratico che su quello Repubblicano. Alcuni dirigenti del partito Democratico hanno promesso che si daranno da fare per un cambio di direzione ma non possono mantenere questa promessa finché non saranno in grado di resistere agli ordini (dictates) dell’AIPAC”.

All’accusa di fomentare l’antisemitismo Soros risponde:

“Uno dei miti propagandati dai nemici di Israele è che ci sia una onnipotente congiura sionista. È un’accusa falsa. Nondimeno però, il fatto che l’AIPAC ha avuto tanto successo nel sopprimere ogni critica ha dato qualche credito a questa falsa opinione. Demolire il muro di silenzio che ha protetto l’AIPAC metterebbe fine a queste opinioni. Un dibattito all’interno della comunità, invece di fomentare l’antisemitismo, aiuterebbe solo a farlo diminuire”    

Quindi l’AIPAC sarebbe un’organizzazione sionista potentissima che è riuscita a tacitare ogni critica, che domina la politica americana (almeno quella estera in Medio Oriente) e con la sua intransigenza minaccerebbe l’esistenza stessa di Israele. Inoltre fomenterebbe l’antisemitismo. Parola di Soros.

Ma col suo progetto di intervenire in politica, di difendere realmente Israele (meglio di come fa l’AIPAC comunque), e quindi ridurre il cosiddetto «antisemitismo» non è anch’egli un altro l’esempio della forza del potere del denaro della LESPI? Non a caso Soros pensa di costituire una seconda lobby ebraica, non estremista e intransigente come l’AIPAC. La notizia è riportata in Ha’aretz in questi termini:

“ Membri ‘colombe’ pro-israeliani della comunità ebraico-americana pensano di costituire un’alternativa della lobby AIPAC, ha scritto ieri la Jewish Telegraph Agency (JTA). Tra i personaggi chepensano di promuovere questa iniziativa vi è il miliardario filantropo George Soros, che non si è lasciato coinvolgere in argomenti israeliani fino ad ora; i filantropi Edgar e Charles Bronfan e Mel Levine,( atri tre filantropi!  ndt) un ex- Congressista del partito Democratico, nonché potente avvocato della West-Coast”.[5]

Non una lobby ebraica quindi ma ben due, che in America col denaro fanno gli interessi di Israele e degli ebrei americani. Se la prima (l’AIPAC) l’avessimo chiamata ‘sionista’, questa come la dovremmo chiamare? Sionista è comunque anche questa, checché ne dica Soros. È un sionismo di ‘sinistra’, laburista (oggi in disfacimento in Israele. Antisionismo è semplicemente fondato sull’idea umanista che gli ebrei appartengono ai popoli presso i quali sono da sempre vissuti, che non debba esistere uno stato ‘ebraico’, che l’assimilazione è la strada che gli ebrei devono seguire.

Io direi che riguardo alla proposta Soros, sempre di lobby ebraica si tratta. O meglio, direi che la LESPI si biforca tra oltranzisti e ‘moderati’, tra falchi e colombe, tra Hawkish Jews and Dovish Jews. Tutto alla luce del sole comunque, niente complotto segreto ebraico, non ce n’è bisogno.

Esiste la lobby ebraica in America? Certo ce ne sono due!

Per questo suo articolo, il povero Soros (si fa per dire) si è fatto subito attaccare dalla Lobby, dai Democratici e in particolare dalla Pelosi. Ma a noi interessa l’attacco che gli è stato rivolto dalla stella nascente del partito Democratico, il candidato nero alla presidenza Barak Obama [6]. Vuole guadagnarsi i galloni. Per questo si è ormai decisamente avviato sulla via di Colin Powell che mentì all’Onu sulle armi di distruzione di massa e accettò la linea di politica estera dell’AIPAC (si ricordi il suo lento e lungo viaggio prima di giungere a Tel Aviv dove era diretto per chiedere “l’interruzione delle ostilità” nel 2002, per dare tempo a Sharon di invadere tutte le città palestinesi con l’operazione ‘scudo di difesa’ e compiervi le sue stragi). Obama è solo un altro uomo di colore che per salire al potere sa bene che deve ingraziarsi la LESPI. Lo deve fare in linea generale ma ha anche qualcosa di personale da farsi perdonare. In un’intervista di qualche tempo fa lo sprovveduto afro-americano commise l’errore imperdonabile di parlare della sofferenza dei palestinesi, attirandosi subito le ire  di chi sappiamo [7] Ora è diventato un difensore integerrimo di Israele perché sa che se vuole essere eletto deve guadagnarsi col sudore i soldi ebraici per la campagna elettorale. Non sarà mai presidente del paese che ha schiavizzato i suoi antenati perché contro di lui altri candidati democratici (Hillary Clinton) o repubblicani (MacCain o Giuliani) hanno credenziali di servizio ebraico molto più solide delle sue.
 
Cos’è la lobby ebraica?

Per spiegare cosa sia l’AIPAC e come funzioni in concreto non potremmo fare meglio che riprodurre per intero il discorso di Jeffrey Blankfort, un autentico ebreo antisionista che da anni si batte contro la LESPI, tenuto alla  Islamic Human Rights Commission a Londra il 9 luglio 2006. L’intervento di Blankfort è preceduto da una sua introduzione a beneficio degli iscritti alla sua mailing list.


Note

1 - John Mearsheimer e Stephen Walt, autori del saggio, The Israel Lobby, pubblicato nell’edizione del 23 marzo 2006 della London Review of Books. Vedi: http://www.Irb.co.uk/v28/n06/print/mear01_.html, versione abbreviata (83 pagine). Gli autori sono professori si scienze politiche di due università americane e appartengono alla cosiddetta scuola «realistica» di politica internazionale. Il loro saggio ha suscitato un gran dibattito negli Stati Uniti e nel mondo dal momento che è il primo serio attacco alla lobby ebraica USA, al suo ruolo nel difendere o imporre gli interessi israeliani nella politica estera americana e nella promozione della guerra in Iraq a  favore del sionismo. La lobby ebraica lo ha duramente ma scompostamente attaccato.
2 - Makow ebreo canadese, vissuto per un certo tempo in Israele e poi emigrato in nord America, è oggi sostenitore di uno stato palestinese e di abbondanti compensazioni per i palestinesi resi profughi dalla costituzione dello Stato ebraico. Egli sostiene che i Protocolli di Sion sono un documento vero e che l’estensore ne sia stato Lionel Rothschield, anche fondatore di una setta segreta che egli denomina gli “Illuminati”. Non tutte le cose affermate da Makow sono fantasiose e un’occhiata al suo sito http://www.savethemales.ca/ può risultare istruttiva.
3 - Heather Cottin, George Soros: Mago imperiale e agente doppio, Covert Action Quarterly, Dicembre 2003, tradotto e pubblicato in italiano sul sito www.resistenze.org/sito/os/mp/osmp4d11.htm . Le traduzioni dall’inglese sono nostre salvo diversamente specificato.
4 - George Soros, On Israel, America and AIPAC, www.nybooks.com/articles/20030#fnr4 George Soros, On Israel, America and AIPAC, www.nybooks.com/articles/20030#fnr4
5 - Amiram Barkat, U.S. Jews form dovish pro-Israel lobby to compete with AIPAC, Ha’aretz, 12/10/2006.
6  -  Eli Lake, Obama Rebuffs Soros, Billionaire’s Comments on AIPAC are scored, The Sun, 21 marzo 2007, vedi:
http://www.nysun.com/article/50846 . Più realisti del re.
7 - Le parole incriminate furono “nobody is suffering more than the Palestinian people”. Imperdonabile! Vedi: http://www.desmoinesregister.com/apps/pbcs.dll/article?AID=2007703120330
8 - L’Hasidismo  è una setta ebraica di carattere mistico sorta in Polonia verso la fine del XVIII sec.
9 -  I sottotitoli in corsivo sottolineato nel testo sono del traduttore.







Dopo Soros: “Lobby Ebraica”, un tabù infranto? - 2


AUTORE: Mauro Manno, Aprile 2007

Tradotto da Originale


 

Jeff Blankfort,  Domenica 9 luglio 2006

Cari lettori,   alcuni di voi hanno espresso la loro preoccupazione per non aver avuto mie notizie nel periodo dal 30 giugno al 5 luglio. Apprezzo tutto ciò, ma succede che ogni tanto io lasci il mio computer per fare qualcos’altro. In questo caso, è stato un viaggio a Londra per un intervento in una conferenza sponsorizzata dalla Commissione Islamica per i Diritti Umani (Islamic Human Rights Commission, IHRC). L’argomento della conferenza era: “Contro il Sionismo: Prospettive Ebraiche”. Mi è stato riferito che tutti gli interventi saranno pubblicati sul sito web dell’IHRC ed anche su un DVD. Vi comunicherò quando saranno disponibili od on-line. La conferenza era stata divisa in tre parti. La prima parte era denominata “Religiosi Contro il Sionismo” e prevedeva l’intervento di due rabbini di Neturei Karta, il rabbino Yisroel Weiss da New York, sul cui biglietto da visita si può leggere lo slogan “Pregate per il rapido e pacifico smantellamento dello stato di «Israele»”, quindi il rabbino Ahron Cohen dalla Gran Bretagna, e infine il professore Yakov Rabkin dal Canada (il suo ultimo libro è intitolato “Ebrei contro il Sionismo”), il quale interveniva sull’argomento “L’uso della forza nella tradizione ebraica e nella pratica sionista”. Neturei Karta, nata dal movimento Satmar, è l’unico dei gruppi hasidici [8] che rimane attivamente fedele ai suoi precedenti di anti-sionismo politico. La seconda parte della conferenza affrontava il tema della “Conquista nel nome dell’auto-determinazione” e prevedeva gli interventi dello storico israeliano Uri Davis, che è stato uno dei primi a definire Israele «Stato di Apartheid», quindi l’intervento di Les Levidow, membro della Campagna di Solidarietà per la Palestina in Gran Bretagna, che parlava sull’argomento “Sostegno occidentale al sionismo: Implicazioni strategiche”, ed infine l’intervento di Roland Rance, un sindacalista che interveniva sull’argomento “Opposizione al sionismo: La strategia fondamentale di un movimento di solidarietà”. Nella terza parte gli oratori erano Michael Warshawsky, che interveniva su “Sionismo come prima linea della cosiddetta civiltà giudaico-Cristiana”; John Rose, un dirigente del Partito dei Lavoratori Socialisti della Gran Bretagna, il quale interveniva su “Smantellare il sionismo – la condizione preliminare per una riconciliazione arabo-ebraica”, ed infine il sottoscritto, che interveniva su “L’influenza di Israele e della sua lobby americana sulla politica mediorientale degli Stati Uniti”.

Chiunque avesse ascoltato gli interventi della seconda parte della conferenza, avrebbe avuto tutte le ragioni di meravigliarsi chiedendosi se qualcuno degli oratori aveva mai sentito parlare del saggio di Mearsheimer-Walt (da ora in poi: M&W, ndt), per non dire di averlo mai letto. Non c’era negli interventi di Levidow e Rance nulla che in qualche modo facesse riferimento alla strategia del movimento di solidarietà con la Palestina contro ciò che la lobby sionista fa in Gran Bretagna e altrove. Fu solo quando un ascoltatore chiese agli oratori cosa pensassero del saggio di Mearsheimer-Walt che essi si agitarono e lo condannarono insieme all’idea stessa che la lobby abbia qualche potere. Rance lo fece con lo stesso fervore con cui aveva denunciato i crimini israeliani a Gaza, mentre Levidow ne parlò con più passività ma con altrettanta fermezza. Sebbene poi quello non fosse l’argomento di Davis, egli si dichiaro d’accordo con gli altri due e concluse che non è la coda israeliana che agita il cane americano.

Dopo l’intervento di Warshawsky, che naturalmente non fece alcun riferimento specifico alla lobby, ci fu il mio intervento e concentrai i miei sforzi migliori a spiegare con qualche dettaglio cosa è la lobby, come funziona e ne ricostruì in parte la sua storia. Dati i limiti di tempo, non riuscì a presentare tutto l’argomento ma sono certo che dissi abbastanza si da comunicare le idee fondamentali. Il mio intervento, come d’altronde mi aspettavo (avevo infatti dato un’occhiata al sito web inglese del Socialist Worker’s Party),  mandò su tutte le furie John Rose che lasciò perdere il suo di intervento per sparare a zero sull’idea che la lobby abbia qualche peso sulla politica americana, insistendo che Israele agisce per ‘delega’ degli Stati Uniti nella regione e, per provare la sua tesi, andò a scavare nella vittoria di Israele sull’Egitto nella guerra del 1967 (quarant’anni fa! ndt) senza però riuscire a portare nessun altro esempio (probabilmente per la buona ragione che dopo la ‘guerra dei sei giorni’  non ci sono altri “esempi” e lo stesso caso della guerra del 1967 poco si addice dal momento che a quel tempo era la Francia che rappresentava il sostegno principale di Israele mentre gli Stati Uniti avevano sotterranee relazioni con Nasser nella speranza di portarlo nell’orbita USA). In una breve risposta, concessami dal moderatore, attirai l’attenzione del pubblico sul fatto che i soli due gruppi che hanno rigettato la tesi del saggio di M&W sono i sionisti stessi e la sinistra antisionista; notai poi che è proprio curioso che coloro la cui reazione era avvenuta con tanta emozione in questa conferenza, non hanno mai fatto l’esperienza, che io al contrario faccio tutti i giorni, di scontrarsi con la lobby israeliana negli Stati Uniti; notai anche che a loro posizione permetteva alle forze pro-israeliane di muoversi in tutte le direzioni senza alcuna opposizione. Sono riconoscente alla IHRC per avermi dato l’opportunità di presentare un aspetto del problema Israele-Palestina che è ancora ampiamente tenuto lontano dalle conferenze e dai dibattiti organizzati dai gruppi “ufficiali” di solidarietà con i palestinesi.

Ciò che è accaduto domenica non è stato solo un diverbio accademico svoltosi in un caldo pomeriggio estivo londinese; rappresenta invece un punto che denota il fallimento fondamentale del movimento di solidarietà con la Palestina in Occidente; un punto rilevante che significa che, ad alcuni ebrei auto-proclamatisi “antisionisti” i quali, negli anni, hanno assunto posizioni chiave nel movimento, viene concesso di continuare a fornire uno scudo protettivo alle lobby pro-israeliane negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, e senza dubbio anche altrove (che ne dite dell’Italia? ndt); il che permette a queste lobby di continuare indisturbati nelle loro attività distruttive. C’è assolutamente bisogno di contrastare la cosiddetta ‘sinistra antisionista’ allo stesso modo in cui bisogna sfidare e contrastare la stessa lobby; l’argomento deve essere sviscerato da cima a fondo perché i partecipanti al movimento di solidarietà con la Palestina abbiano le idee molto chiare. Coloro che la pensano diversamente dovrebbero analizzare i tristi risultati ottenuti finora da questo movimento di solidarietà e chiedersi se una delle cause non è stata l’incapacità di evidenziare l’importanza del ruolo della lobby pro-israeliana.



L’Influenza di Israele e della sua lobby in America sulla politica americana in Medio Oriente

Discorso tenuto da Jeffrey Blankfort alla conferenza della Commissione Islamica per i Diritti Umani, presso la Scuola di Studi Orientali e Africani, Londra, 2 Luglio 2006


Il sistema politico americano: la democrazia in vendita [9]
L'evidente abilità d'Israele, uno dei paesi più piccoli del mondo, nel dare forma alle politiche sul Medio Oriente dell’ultima superpotenza rimasta, è stata sorgente di confusione, congetture, e frustrazione costante per coloro che combattono per la giustizia per i palestinesi e per i popoli della regione, in generale.

Una delle radici di questo unico fenomeno storico può essere riscontrata nell'interpretazione di una decisione di 120 anni fa della Corte Suprema degli Stati Uniti che garantì alle Società per Azioni e alle Corporazioni gli stessi diritti garantiti ad ogni singolo cittadino americano.

Uno di questi diritti è la libertà di espressione garantita dal 1° emendamento della Costituzione degli USA. Grazie allo straordinario grado di corruzione che era palese nella società americana alla fine del 19° secolo, i contributi finanziari ai candidati politici finirono per essere considerati dalla corte come espressione di  libertà politica e quindi ricevettero la protezione della corte stessa.

Ciò ha portato il sistema politico americano a diventare un sistema in cui trionfano le campagne politiche interminabili e ancora più costose, e quindi, senza dubbio, il sistema più corrotto tra quelli dei cosiddetti “paesi avanzati”. La decisione della Corte Suprema, ribadita negli anni, ha aperto le porte a ben finanziati “interessi speciali” ed alle lobby [10] ad essi legati, ed ha permesso a queste lobby, che si servono di ciò che è di fatto una forma di corruzione legale, di dare forma alla politica estera ed interna degli Stati Uniti. 

Già nel 1907, lo scrittore americano Mark Twain scriveva che c’era un solo ceto nativo che fosse criminale in America – cioè il Congresso e un decennio dopo, l'umorista Will Rogers si prendeva gioco dell’America, affermando che  “l'America ha il migliore Congresso che il danaro può comprare.”

All'inizio furono le compagnie ferroviarie e le acciaierie che pagarono il dovuto prezzo, poi vennero le compagnie del legname, del petrolio e quelle edilizie, quindi si presentarono i fabbricanti di armi ed automobili, le industrie aeronautiche e quelle delle comunicazioni, e infine quelli che vengono eufemisticamente detti «fornitori di salute» - cioè i dottori, gli ospedali e i produttori farmaceutici, che hanno fatto in modo che gli americani siano gli unici cittadini di un paese sviluppato a non avere alcun servizio sanitario nazionale.

Nel campo della politica estera, nessuna lobby si è dimostrata tanto potente quanto l'organizzata comunità ebraica americana, che agisce in appoggio ad Israele. Essa di solito viene chiamata la lobby israeliana e nei corridoi del Congresso, semplicemente, “the lobby.”
La sua forza è ancora più impressionante se si pensa che la lobby rappresenta non più di un terzo dei sei milioni di ebrei d’America. 

L’obiettivo a senso unico della Lobby
Il fanatismo e la fissazione in un’unica direzione di questo terzo degli ebrei, comunque, è in netto contrasto con la mancanza da parte della schiacciante maggioranza degli americani di coinvolgimento in un sistema politico nei confronti del quale hanno perduto fiducia e rispetto molto tempo fa. Ciò ha reso il compito della lobby molto più semplice di quanto potesse sembrare di primo acchito. Questo spiega anche perché il sostegno incondizionato a Israele rimarrà probabilmente l'unico argomento sul quale Democratici e Repubblicani mettono da parte la loro ostilità e marciano a passo unito come animali da circo ammaestrati. Non solo i provvedimenti  a favore di Israele ricevono di solito 400 voti sui 435 membri della Camera e 99 su 100 al Senato, ma quando si parla di aiuti esteri, il Congresso ha spesso votato per garantire ad Israele più denaro di quello richiesto dal presidente o per far passare comunque leggi favorevoli alla lobby nel caso il presidente fosse ad esse contrario.    

Dal 1985 l'ammontare dell'aiuto diretto è oscillato tra i 3 ed i 3.5 miliardi di dollari, mentre gli extra non dichiarati nel budget del Pentagono contribuiscono a portare quella cifra considerevolmente più in alto.

Si stima che il totale oggi sia di almeno 108 miliardi di dollari.

Questa cifra non include i costi, pari a 19 miliardi di dollari, per le garanzie sui prestiti ad Israele dal 1991; non include neanche i miliardi di dollari dei contribuenti investiti nei bond governativi israeliani presi dai fondi pensioni, dai governi dei singoli stati, contee e città, e nemmeno i miliardi di donazioni esentasse fatte dagli ebrei americani alle agenzie paragovernative israeliane ed alle associazioni di beneficenza sin dalla fondazione dello Stato di Israele.

In tutto questo non si è mai preso in considerazione lo stato dell'economia americana. Quando non si sono trovati i fondi per i programmi domestici essenziali, come nel 199l, quando sei città americane su 10 non riuscivano a far quadrare il proprio bilancio e parecchi Stati la loro bilancia dei pagamenti, Israele continuava a ricevere, per soddisfare i desideri del primo presidente Bush, 650 milioni di dollari supplementari in contanti come rimborso parziale delle spese d'emergenza per la Guerra del Golfo. Nel settembre del 1992, dopo aver testardamente resistito per un anno alla richiesta di Israele di 10 miliardi di dollari in garanzie sui prestiti, ma con delle difficili elezioni contro Bill Clinton da lì a due mesi, Bush soddisfece la richiesta del Congresso che chiedeva una decisione favorevole a Israele. Decisione troppo tardiva per aiutarlo alle urne.

Questo è non soltanto un tributo pagato per i milioni di dollari distribuiti da parte di ricchi ebrei americani candidati politici della nazione, ma è anche la testimonianza della paura che l'AIPAC, il Comitato degli Affari Pubblici Americano-Israeliano, la lobby israeliana ufficiale, ha infuso nei membri del congresso che non hanno alcun interesse personale a sostenere Israele, né un importante collegio elettorale ebraico da conquistare.

"Se il voto fosse segreto, gli aiuti ad Israele sarebbero ridotti seriamente," così si è espresso un parlamentare, considerato come pro-Israele, in un’intervista rilasciata a Morton Kondracke del New Republic (settimanale ultraconservatore sionista, ndt) nel 1989. “Non è assolutamente più per puro amore di Israele che esso riceve 3 miliardi all'anno. È per la paura di svegliarsi una mattina e scoprire il candidato alle elezioni che si oppone a te ha ricevuto una donazione di 500.000 dollari per sconfiggerti”.

AIPAC e oltre
La lobby, tuttavia, è più dello stesso AIPAC, che, da solo, non sarebbe in grado di esercitare un simile potere. Ci sono, in realtà, più di 60 organizzazioni, dalle più piccole alle più grandi, impegnate con un solo obiettivo, promuovere gli interessi di Israele in America e contemporaneamente, emarginare, intimidire e mettere a tacere i suoi critici. Esse prendono di mira anche quegli ebrei che si oppongono sia all’esistenza di Israele in quanto Stato ebraico, come me stesso ed altri che si sentono oltraggiati dalla continua occupazione e furto della terra palestinese da parte di Israele, sia si oppongono ai micidiali metodi con cui questa occupazione e questo furto vengono portati avanti, limitati solo in piccola parte dalle restrizioni della comunità internazionale.

Circa 52 appartengono alla Conferenza dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane,  che è considerata la voce della comunità ebraica americana.

Oltre all'AIPAC, le due più grandi e più influenti organizzazioni sono l' Anti-Defamation League, o ADL (Lega Anti-Diffamazione, ndt), e l'American Jewish Committee, o AJC (Comitato degli Ebrei Americani, ndt). I rappresentanti delle maggiori organizzazioni si incontrano ogni mese per pianificare la strategia per quel mese. Niente può essere lasciato al caso. 

L'ADL nacque nel 1914 come propaggine della più vecchia organizzazione sionista della nazione, B’nai B’rith. La sua missione era difendere gli ebrei da attacchi fisici e verbali anti-ebraici. Lo fa ancora, ma il razzismo anti-ebraico ha smesso di essere un problema serio negli Stati Uniti da anni, per cui il compito principale dell'ADL oggi è raccogliere informazioni su coloro che criticano Israele, che essa definisce i «nuovi anti-semiti» per poi infangarli nei Media.

Quattordici anni fa, si sono spinti troppo oltre con la raccolta di informazioni. Un blitz della polizia di San Francisco negli uffici dell'ADL rivelò che l'organizzazione stava conducendo una grande operazione di spionaggio privato in tutti gli Stati Uniti. Nella sola area di San Francisco, i loro agenti avevano raccolto informazioni su più di 600 organizzazioni e 12.000 persone, fra cui il sottoscritto. Non solo gruppi di arabi-americani, palestinesi e musulmani, ma anche neri, latini, asiatici, irlandesi e perfino sindacati. 

C’erano dei dossier speciali dedicati ai militanti del movimento anti-apartheid, la qual cosa non era affatto sorprendente dato i legami di Israele con il regime di apartheid del Sud Africa. Quello che è grave però e che le spie dell’ADL passavano le informazioni  ai servizi segreti sudafricani insieme ad altre informazioni riguardanti gli esiliati neri sudafricani  che vivevano in California.

 Le pressioni degli influenti sionisti locali convinsero le autorità cittadine a non portare davanti alla legge l'ADL e l'organizzazione dovette promettere di cessare le sue attività di spionaggio. Non c'è ragione di credere che l'abbia fatto. Oggi, l’ADL lavora a stretto contatto con i dipartimenti di polizia in tutto il paese, istruendoli sui cosiddetti "hate crimes” (crimini d'odio, cioè crimini a sfondo razziale, ndt) ed organizza di routine viaggi gratis in Israele per gruppi di ufficiali della polizia americana per insegnare loro come rispondere ad "attacchi terroristici".  Ciò non preannuncia nulla di buono per ciò che rimane delle libertà civili americane.

Il Comitato degli Ebrei Americani (AJC) fu fondato da ebrei tedeschi nel 1906 ed era stato fermamente anti-sionista fino agli eventi della Seconda Guerra Mondiale; fu l’olocausto ebraico che lo portò a cambiare la propria posizione. Oggi, è l'ufficio esteri non ufficiale della lobby, e fino a poco tempo fa si accontentava di lavorare dietro le quinte facendo pressione sui governi stranieri per conto d'Israele. Ha cominciato a mostrare pubblicamente i muscoli due anni fa quando ha aperto un ufficio a Bruxelles per iniziative di lobby nei confronti dell’Unione Europea.

L'AJC tiene ora riunioni mensili con un alto dirigente del governo dell’UE, quando non si tratta proprio del presidente della Commissione e di questo se ne possono già vedere gli effetti. Durante l'anno scorso l'UE ha fatto marcia indietro sul relativo sostegno ai palestinesi ed ha adottato vari provvedimenti che, l’uno dopo l’altro, seguono le richieste israeliane.

Un bel numero di altre organizzazioni che fanno parte della lobby non partecipano alla Conferenza dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane. Ci riferiamo ai 117 Consigli per le relazioni tra le comunità ebraiche, le 155 federazioni ebraiche, e numerosi potenti ed "indipendenti" think tanks (centri di studi strategici e geopolitici, ndt) siti in Washington come il Washington Institute for Near East Policy (Istituto per le Politiche sul Vicino Oriente di Washington, ndt), creazione dell'AIPAC; l'American Enterprise Institute (l'Istituto di Iniziativa Americano ndt), e la Foundation for the Defense of Democracy (Fondazione per la Difesa della Democrazia, ndt), fondata dopo l'attacco al  World Trade Center.

Se aggiungiamo a quanto ho enumerato finora anche gli enti religiosi ebraici che anch’essi fanno iniziative di lobby a favore di Israele, appare ovvio che non esiste altro gruppo etnico o religioso che può paragonarsi, per potenza e organizzazione alla lobby pro-israeliana, con l’eccezione forse dei Cristiani Sionisti, ma l’ambito del suo intervento è relativamente limitato. Questo è infatti una delle cose che distingue la lobby pro-israeliana dalle altre potenti lobby che difendono interessi particolari, a parte il fatto, naturalmente, che difende gli interessi di un paese straniero. Tutte le differenze sono importanti se si vogliono capire le ragioni del suo successo.

La prima di queste ragioni, naturalmente, è il denaro. É impossibile sapere esattamente quanto denaro gli ebrei investano nei politici americani, ma è sicuramente molto di più di quello che investono gli altri gruppi.

La difficoltà sta nel fatto che i gruppi che studiano i finanziamenti alla politica dividono i contributi in relazione al settore finanziario a cui appartengono i donatori. Questo tipo di classificazione, nel caso di Israele, tende a mascherare gli obiettivi che il donatore vuole raggiungere. Per esempio, l’industria della comunicazione negli Stati Uniti è dominata dagli ebrei, la maggior parte dei quali sono noti sostenitori di Israele. Quando, tuttavia, i rappresentanti dell’industria della comunicazione versano denaro ai Partiti Democratico o Repubblicano, il finanziamento non è attribuito alla lobby israeliana ma, appunto, all’industria della comunicazione. Questo vale anche per il settore bancario e per le società finanziarie di Wall Street, le quali sono pure in gran parte ebraiche, o anche ad altri settori del mondo degli affari.

Haim Sabam esemplifica questo problema. Saban, un miliardario israelo-americano nato in Egitto e, per giunta, anche proprietario di vari Media, nel 2002 versò 12,3 milioni di dollari al Partito Democratico, 7,5 milioni furono versati in una sola rata. La somma donata da Saban superava di 2 milioni di dollari il contributo che la Exxon aveva dato al Partito Repubblicano in un periodo di 10 anni ma la notizia  fu riportata con un trafiletto di pochi centimetri quadrati nel New York Times.[11] Saban, un buon amico dell’ex-Primo Ministro israeliano Ehud Barak, ha versato sostanziosi contributi anche all’AIPAC.

Saban ha anche fondato il Saban Center on the Middle East presso il Brookings Institute, trasformando quel centro di ricerca, un tempo indipendente, in un’altra articolazione della lobby. Il finanziamento di 12,3 milioni di dollari, tuttavia, non è stato considerato come parte dei versamenti della lobby israeliana.[12]

Ciò che viene considerato denaro strettamente pro-israeliano è in gran parte limitato a quei fondi che provengono da circa tre dozzine di PACs (Political Action Committees) e dai loro membri. I PACs sono gruppi autorizzati a raccogliere donazioni e versarle a quei politici che sostengono interessi particolari, dell’industria, dei sindacati, ecc., oppure ad organizzazioni no-profit che hanno fondato il PAC. Ciò che distingue i PACs pro-israeliani dagli altri è il fatto che essi nascondono la loro identità per evitare che i Media e il pubblico ci metta il naso. Riescono a camuffarsi non menzionando Israele nella loro denominazione. Infatti i loro PACs si denominano, per esempio, Northern Californians for Good Government oppure St. Louisians for Good Government, o ancora The Desert Caucus, o Hudson Valley PAC, o NATPAC, ecc. Per questa ragione sono stati definititi ‘PACs segreti’ da parte di un ex dirigente del Dipartimento di Stato.

Inoltre, diversamente da altri PACs, quelli pro-israeliani sono gli unici a finanziare candidati di altri Stati.

Per esempio, il Desert Caucus potrà inviare denaro ai candidati parlamentari, sia uno che sta per essere eletto al Senato o alla Camera dei Rappresentanti, nello Stato dell’Illinois o del New Jersey, esclusivamente alle loro posizioni filo-israeliane. Questo ha portato i critici della Lobby a definirli ‘Quelli che mettono Israele al primo posto’ [Israel Firsters]. Per dire che essi si preoccupano più del benessere di Israele rispetto a quello dei loro concittadini americani.

Il modo in cui io sono riuscito a calcolare i finanziamenti politici por-israeliani è stato quello di andare sul sito web della rivista Mother Jones, un mensile pro-israeliano di sinistra. Nel 1996 e nel 2000, la rivista ha compilato una lista dei 400 maggiori donatori individuali ad entrambi i partiti politici. Ciò che ho scoperto è che nel 2000, 7 dei 10 maggiori donatori, 12 dei 20 maggiori donatori, e perlomeno 125 su 250 maggiori donatori erano ebrei, e che la maggior parte delle donazioni sono andate al Partito Democratico. In altri termini, perlomeno il 50%, ma sicuramente di più, delle donazioni erano di provenienza ebraica. E’ una cifra veramente sorprendente, se si tiene conto che gli ebrei costituiscono solo il 2,3% della popolazione americana.

La cifra del 50% corrisponde alle stime che vengono da Partito Democratico e dalle organizzazioni ebraiche sebbene alcuni pensano che la realtà si avvicina al 70%.

Il volume di questi contributi, aggiunto a quelli che provengono dai sindacati, i quali sono decisamente pro-israeliani, almeno a livello della direzione e che hanno investito non meno di 5 miliardi di bond governativi in Israele, hanno trasformato il Partito Democratico in ciò che il professore di Diritto Francis Boyle ha recentemente definito “La prima linea dell’ AIPAC ”.

Mentre, da una parte, è presente in modo massiccio nel Campidoglio di Washington, fino al punto da essere chiamata nel Congresso, semplicemente “ La Lobby “, dall’altra l’AIPAC prende la sua forza dai suoi quadri di base e da quelli delle altre organizzazioni ebraiche con le quali è collegato in una rete che copre ogni Stato e ogni città importante degli Stati Uniti. Le sue operazioni vengono condotte da un personale di 165 impiegati, con un corposo bilancio annuale di 47 milioni di dollari, e uffici in tutto il paese. Il suo vantaggio speciale è che esso è considerato una Lobby nazionale e quindi non è tenuta a registrarsi come Lobby straniera secondo la legge denominata Foreign Agents Registration Act.

Questo permette ai Lobbisti di accedere a luoghi dai quali sarebbero tenuti lontani dalla legge; per esempio possono prendere parte alle audizioni dei Comitati del Congresso, possono scrivere o esaminare tutti i provvedimenti legislativi che riguardano Israele o il Medio Oriente, possono piazzare loro spie come volontari negli uffici dei membri del Congresso dove raccolgono informazioni per l’AIPAC.

In realtà sono pochi i membri dell’AIPAC che fanno direttamente azioni di Lobby. La maggior parte fornisce materiale di ricerca, argomenti di discussione, scrive discorsi per i membri del Congresso o contribuisce a preparare il Rapporto sul Medio Oriente dell’AIPAC, un documento bisettimanale di quattro pagine che viene distribuito a tutti i parlamentari del Congresso. A livello locale, oltre a versare finanziamenti, i membri dell’AIPAC forniscono gratuitamente la loro competenza a tutti i candidati alle elezioni, così chiunque vinca, assicura un nuovo sostenitore a Israele.

La strategia dell’AIPAC
La conferenza annuale dell’AIPAC si svolge a Washington ogni primavera e costituisce un avvenimento importante della stagione politica. Nel 2005, vi parteciparono 4000 suoi aderenti e 1000 ospiti borsisti. Il discorso introduttivo viene di solito tenuto dal Presidente degli Stati Uniti, dal Vice-presidente o dal segretario di Stato. Quest’anno è toccato al Vice-presidente Dick Cheney, salutato da molti scrosci di applausi e una standing ovation. Come tributo al potere della lobby, partecipano alla conferenza circa la metà dei membri del Congresso, compresi i capigruppo Democratico e Repubblicano di entrambe le Camere. Ovviamente i loro discorsi riflettono la loro personale fedeltà e l’appoggio incondizionato dell’America a Israele. I nomi dei membri del Congresso che percorrono la passerella vengono pubblicizzati sul sito web dell’Aipac, il che fa crescere le loro possibilità di ottenere contributi da parte dei principali donatori ebraici.

Altrettanto importanti ma raramente pubblicizzate sono le cene e i pranzi regionali organizzati dall’AIPAC nell’intero paese, avvenimenti a cui vengono invitati a prendere parte i dirigenti politici locali – sindaci, sovrintendenti, consiglieri comunali, ufficiali della polizia, avvocati distrettuali, direttori scolastici, ecc. L’oratore principale in queste occasioni è di solito un Senatore o il governatore di un altro Stato. É interessante notare che in queste occasioni i Media non sono mai invitati né informati su chi sia l’oratore, da quale Stato provenga, su dove ha luogo la cena o il pranzo.

Alla fine di questi avvenimenti, i personaggi invitati ricevono come premio dei viaggi completamente spesati in Israele, offerti dai Consigli della comunità ebraica locale, dalle Federazioni o da altre Organizzazioni ebraiche. In Israele, vengono ricevuti dal Primo Ministro, dal Ministro della Difesa e dal Capo Maggiore dell’esercito, vengono portati in visita in Israele e nelle colonie in Cisgiordania, e infine vengono condotti al museo dell’olocausto dello Yad Vashem. Si dà il caso che i futuri membri del Congresso vengano proprio da questa classe di “servitori pubblici” e così le relazioni pubbliche stabilite, con questi viaggi, tra loro e influenti e attivi personaggi della comunità ebraica, daranno un beneficio a entrambe le parti.

I politici, dai candidati al Congresso ai candidati presidenziali, si recano spesso in Israele per conquistarsi i voti ebraici in patria.

George W. Bush fece il suo unico viaggio in Israele prima di prendere la decisione di partecipare alle elezioni per presidente, una scelta che fu da tutti considerata come uno sforzo per guadagnarsi il sostegno dei votanti pro-israeliani. Il governatore della California Arnold Swartznegger e il sindaco di New York Michael Bloomberg, un ebreo non praticante, hanno fatto esattamente la stessa cosa.

Una volta eletti al congresso, ai deputati sono assicurati altri nuovi viaggi spesati in Israele, organizzati dall’American Israel Education Fund, una fondazione creata da AIPAC a questo scopo. Solo nel 2005, più di 100 membri del Congresso (sui 600 totali, ndt) hanno visitato Israele, alcuni più di una volta.

É doveroso notare che pochi politici pensano di dover fare simili viaggi in Messico, prima o anche dopo le elezioni, malgrado il fatto che il Messico è un paese molto più importante per l’economia americana di Israele ed è il paese d’origine di molti più americani degli ebrei. Ma, sappiamo, non c’è una lobby messicana con una simile influenza politica e finanziaria.
L’AIPAC non contribuisce direttamente alle campagne per le elezioni parlamentari o presidenziali, ma consiglia ai suoi membri e alla comunità pro-israeliana tutta chi va sovvenzionato con i migliori risultati, sia attraverso contributi personali, sia attraverso finanziamenti di uno dei PAC.

Un segno distintivo importante del potere dell’AIPAC è la sua abilità di raccogliere le firme di almeno 70 senatori (su i 100 totali, ndt) in fondo a qualsiasi lettera che desidera mandare al Presidente quando pensa che egli non  sta operando nel migliore interesse di Israele. uno dei casi più degno di nota fu la lettera che 76 senatori inviarono al Presidente Gerald Ford il 21 maggio 1975 dopo che egli aveva sospeso gli aiuti a Israele ed era sul punto di fare un importante discorso alla nazione in cui auspicava una correzione dei rapporti tra Stati Uniti e Israele e chiedere a quest’ultimo di tornare ai confini del 1967. La lettera metteva in guardia Ford a non modificare minimamente la stretta  relazione tra gli Stati Uniti e Israele. Ford non fece mai quel discorso e nessun altro presidente ha osato fare nuovamente una minaccia di quel genere.

La comunità ebraica a favore del sionismo
Mitchell Bard, ex direttore del Near East Report di proprietà dell’AIPAC, dichiara che la fonte del potere della lobby è fondato sul fatto che “gli ebrei si sono impegnati nella politica con un fervore quasi religioso”. Sebbene la popolazione ebraica negli Stati Uniti è all’incirca di sei milioni, o in termini percentuali un poco superiore al 2% della popolazione americana totale, circa il 90% degli ebrei vive i dodici Stati che rappresentano  collegi elettorali chiave.
“Solo questi Stati” scrive Bard, “valgono abbastanza voti per eleggere il presidente. Se ai voti ebraici si aggiungono i voti dei non-ebrei che sono favorevoli ad Israele quanto gli ebrei, è chiaro che Israele ha il sostegno di uno dei gruppi più consistenti che nel paese possono impedire politiche anti-israeliane”

Bard sottolinea una cosa che è stata ovvia per anni agli osservatori politici. L’attivismo politico ebraico obbliga i membri del Congresso a tenere in conto cosa possa significare per il loro futuro politico un atteggiamento incerto nel momento di votare provvedimenti relativi a Israele. Non ci sono benefici per coloro che criticano apertamente Israele, mentre ci sono “considerevoli costi, sia in perdita di denaro, sia di voti ebraici ma anche non ebraici”. Per un membro del Congresso, basta anche chiedere soltanto che gli Stati Uniti agiscano con equidistanza verso israeliani e palestinesi per essere preso di mira e affondato.

Conseguentemente, i politici ad ogni livello nel governo tendono ad essere più attenti alle preoccupazioni dei votanti ebraici piuttosto che alle più ampie fasce di votanti dei loro collegi elettorali, i quali sono più interessati ai reality della TV, alle telenovelas, allo sport, ai loro cellulari piuttosto che alle politiche elettorali.

Laddove “è uno dei segreti di Pulcinella nella politica degli ebrei americani il fatto che i contributi per le campagne elettorali siano un elemento chiave del potere ebraico” come ha sottolineato J.J. Goldberg nel suo libro Jewish Power, tuttavia  ai sostenitori di Israele, questo elemento chiave, non è mai bastato, fin dagli anni immediatamente successivi alla nascita di Israele. Ciò che essi ritenevano necessario è stato creare una struttura organizzativa superiore che unisse tutti i gruppi ebraici sì da influenzare ogni settore della vita americana.

La struttura della lobby
Sebbene questa struttura si è evoluta nel tempo e mentre gli obiettivi delle sue attività si sono estesi e diventati più sofisticati, il suo modus operandi  è rimasto per lo più lo stesso.
La struttura e il suo modo di operare furono messe allo scoperto durante una Audizione del Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere, nel 1963, un periodo in cui l’assistenza finanziaria e il sostegno politico a Israele da parte degli Stati Uniti erano insignificanti se paragonati a ciò che sarebbero diventati, ed era ancora possibile che per lo meno un legislatore eletto criticasse pubblicamente Israele dalla tribuna del Congresso. Il senatore J. William Fulbright, Democratico dell’Arkansas, presidente del suddetto Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere diede inizio a una serie di Audizioni che riguardavano le attività di agenti stranieri negli Stati Uniti per stabilire se erano necessarie leggi più restrittive al riguardo.

Tra i gruppi sospetti c’erano quelli della giovane lobby israeliana, tra i quali la struttura organizzativa superiore o struttura a ombrello [13] che era l’American Zionist Council (AZC), e l’AIPAC che a quel tempo era poco più che una piccola organizzazione.

In quegli anni, l’AZC riuniva otto gruppi; solo due di questi sono attori importanti oggi, la Zionist Organization of America che è un’organizzazione di estrema destra e la Women’s Zionist Organization of America, più nota come Hadassah. L’AIPAC era stato fondato nel 1951 come American Zionist Committee for Public Affairs (Comitato Sionista d’Affari Publici in America) per agire come strumento lobbistico dell’ American Zionist Council (AZC), successivamente, nel 1954, l’AIPAC si era separata dall’AZC per non mettere in pericolo, con la sua attività lobbistica, la condizione di esenzione dalle tasse le altre organizzazioni. Nel frattempo lasciò cadere l’aggettivo ‘sionista’ dal suo nome e, nel 1959, divenne l’AIPAC (American-Israeli Public Affairs Committee). La separazione fu in gran parte un’operazione cosmetica. Ci fu più che altro una divisione dei ruoli, così mentre l’AIPAC indirizzava i suoi sforzi lobbistici verso il Congresso, le altre organizzazioni si incaricavano di intrallazzare a favore di Israele in lungo e in largo nella società americana.

Il programma
Perché tutto ciò divenisse chiaro bastò leggere il programma di un singolo gruppo dell’American Zionist Committee, presentato all’Audizione del Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere del 1963 di cui abbiamo detto. Si noti che a quel tempo Israele non era minacciato da nessun pericolo esterno e che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non esisteva ancora.

Questo gruppo era il Committee on Information and Public Relations (Comitato per l’Informazione e le Pubbliche Relazioni) dell’Americam Zionist Council (AZC), il quale, secondo il suo programma, doveva svolgere “la sua attività principale per mezzo di sottocomitati altamente specializzati composti di professionisti di settori specifici di attività che operavano su base volontaria ...”. Gli stanziamenti di bilancio per l’anno budgetario 1962/63 erano indirizzati ad interventi nei confronti delle riviste, dei loro direttori, le TV, le radio, i film; i gruppi religiosi cristiani; l’insegnamento universitario; la stampa quotidiana; la stampa e la promozione di libri; l’estensione dei già esistenti e attivi uffici di comunicazione; collegamenti con altre organizzazioni, e a livello nazionale e a livello locale, in particolare quelle organizzazioni che avevano relazioni internazionali (con un’attenzione speciale a «the Negro Community» [14]); “diffusione di materiale speciale per orientare l’opinione pubblica su temi controversi come i rifugiati arabi (cioè palestinesi, ndt), la situazione tra Israele e Siria, ecc.”; sovvenzioni di viaggi in Israele per “commentatori ed editorialisti  con grande influenza sull’opinione pubblica in modo da fornir loro un’esperienza in Israele...” e l’organizzazione di viaggi “a cui questi influenti individui parteciperanno [e] forniranno informazioni utili riguardanti il modo in cui turisti americani vengono accolti in Israele;” ...“contrasto dell’opposizione” (che a quel tempo era minima ma la lobby non intendeva lasciarle alcun spazio),  “il monitoraggio ed il contrasto di tutte le attività condotte in America dagli arabi, americani amici del Medio Oriente e altri gruppi ostili” e infine il numero 12 della lista denominato “miscellaneo” che includeva “rispondere alle richieste di informazione e fornire letteratura adeguata alle migliaia di persone che ne fanno richiesta”. Questi erano i loro obiettivi 44 anni fa. Vediamo adesso come sono riusciti a portarli avanti.

Riviste e gli editori
Il primo punto erano le riviste e i rapporti con i loro direttori.

Sebbene un gran numero delle più importanti riviste di allora non siano più pubblicate, quelle che esistono oggi come Newsweek, Time, US News & World Report, e il Weekly Standard o sono di proprietà ebraica o nel loro personale editoriale vi è una parte sostanziosa di ebrei. Sebbene il fatto che qualcuno sia ebreo non significa necessariamente che egli o ella è un militante sionista, in base alle mie osservazioni, in tanti anni, è chiaro che la maggior parte di loro sono sostenitori di Israele e, per lo meno, per i loro propri interessi, sanno come rigirare la pizza a favore di Israele. La televisione, la radio ed i film erano allora dominati da ebrei, ma oggi sostengono ancora più fortemente Israele, dai proprietari alla gestione, ai telegiornali. Questa è una fondamentale fonte di propaganda e di influenza pro-israeliana.

Gruppi cristiani
I gruppi religiosi cristiani sono stati  un problema difficile per la lobby perché varie chiese, negli anni, hanno cercato di prendere una posizione equilibrata sul conflitto Israele-Palestina. E questo per i sionisti è un atto di «anti-semitismo». Nel complesso, tuttavia, i sionisti hanno fatto in modo che i loro rapporti con la maggior parte delle chiese cristiane sia tale che si possa ricorrere nei loro confronti alla colpa di secoli di persecuzione ebraica. Il loro più grande successo, i sionisti, lo hanno ottenuto riuscendo a portare le chiese cristiane evangeliche nelle file del movimento sionista, il che fornisce loro un massiccio sostegno in voti nell’America rurale dove pochi ebrei vivono.   

Tra le chiese cristiane più liberali, i sionisti hanno dovuto lavorare a tempo pieno per fare in modo che i Presbiteriani, Episcopaliani e i Congregazionalisti non approvassero o non applicassero programmi di de-investimento dalle compagnie americane che traggono profitto dall’occupazione.

Insegnamento universitario
L’insegnamento universitario è stato da molto tempo un campo di battaglia tra i sionisti e i sostenitori della Palestina. Negli ultimi anni, la battaglia si è incentrata principalmente su due temi: sui de-investimenti e su ciò che può o non può essere insegnato del conflitto Israele-Palestina. I sionisti avevano già messo in opera il loro attivismo frenetico prima dell’attuale Intifada ma dopo che le critiche a Israele si svilupparono a causa dell’assalto contro Jenin dell’aprile 2002, ben 26 gruppi universitari guidati da Hillel e varie organizzazioni esterne alle Facoltà, dirette dall’AIPAC, dall’Anti Defamation League e dall’American Jewish Committee, (ADL e AJC, due altre organizzazioni sioniste, ndt) hanno fondato la Israel Campus Coalition. Sono riusciti finora a respingere ogni tentativo di de-investimento verso Israele nelle Università come hanno fatto con le chiese cristiane.

Nella battaglia sui contenuti dell’insegnamento, l’ADL ha avuto un vantaggio iniziale. Nei primi anni ’80, fu la prima organizzazione che pubblicò una lista di professori e militanti pro-arabi e poi la distribuì ai suoi membri e ai Media. Il gruppo più recente, Campus Watch, si è spinto fino a mettere anche gli indirizzi sul suo sito web ma è stato costretto a rimuoverli.
Nel campo universitario, l’AJC e Campus Watch hanno fatto pressioni sul Congresso per far approvare una legge che preveda il monitoraggio degli studi universitari mediorientali nelle Facoltà onde assicurarsi che i professori non indottrinino i loro studenti con “propaganda” anti-israeliana o anti-americana. Dal momento che una simile legge violerebbe il 1° emendamento della Costituzione e limiterebbe la libertà di espressione dei professori nelle aule, essa è bloccata in Senato.

Proprio in quest’ultimo scorcio di tempo, la lobby è riuscita a segnare un punto importante a suo vantaggio. É stata in grado di impedire alla Yale University, la più antica del paese, di assumere il professore ed esperto del Medio Oriente Juan Cole dell’Università del Michigan, anche se l’assunzione di Cole era stata raccomandata dal comitato universitario addetto alla scelta degli insegnanti. Il crimine di Cole? É critico verso Israele, verso la lobby e sostiene i palestinesi.

Conquista dei quotidiani
La conquista dei quotidiani ha rappresentato ha volte un problema, ma la lobby è uscita chiaramente vincitrice da questa battaglia. Considerando che sono di storica proprietà ebraica i due quotidiani più influenti del paese, il  New York Times e il Washington Post, considerando che sono pro-israeliani i columnists di entrambi questi giornali e i loro articoli vengono venduti tramite agenzie a centinaia di altri giornali nell’intero paese, si può dire che il punto di vista pro-israeliano è l’unico che viene letto in America e sulle prime pagine e su quelle degli editorialisti.

Anche i telegiornali sono gestiti da pro-israeliani, eppure questo non basta ai gruppi sionisti che fanno monitoraggio della stampa e che sono riuniti nelle organizzazioni CAMERA [15] e Honest Reporting. Accusano entrambi i giornali citati di essere favorevoli ai palestinesi e contrari a Israele. Tutto ciò, naturalmente, non ha alcun senso, ma serve a farli rigare dritto.

Libri
Qualsiasi rassegna dei titoli dei libri pubblicati in America rivela ancora un’altro successo della lobby. Sebbene ci sia stata una pletora di libri su Israele e la cultura ebraica, nulla ha avuto più successo rispetto alla promozione di libri sull’Olocausto ebraico e la produzione sembra non arrestarsi mai. Inoltre, è raro che un bimbo americano riesca a superare gli studi nella scuola pubblica senza subire un intenso studio dell’olocausto, soprattutto attraverso il Diario di Anna Frank. Per i ragazzi americani quella è tutta la storia della Seconda Guerra Mondiale. In effetti, gli scolari americani trascorrono più tempo a studiare l’olocausto rispetto al genocidio dei nativi americani (13 milioni di morti nell’America Settentrionale, ndt) e ai tre secoli e mezzo di schiavitù e le decine di anni di razzismo che seguirono. Prima di lasciare la scuola superiore, gli studenti americani avranno letto e sperimentato anche le piagnucolose recriminazioni di Eli Wiesel contro il mondo dei non-ebrei per non essersi precipitato in aiuto degli ebrei. Wiesel è oggi un punto fisso sulla scena culturale americana.

Influenzare le comunità Afro-americana e Latino-americana
Non voglio scorrere oltre il programma dell’AZC, voglio solo sottolineare che i contatti che essa va tessendo con la comunità Afro-americana, e più recentemente con l’emergente popolazione Latino-americana, hanno rappresentato un fatto di importanza maggiore per la direzione della lobby [16]. Ebrei di sinistra svolsero un ruolo importante in America durante le lotte per i diritti civili, mentre gli obiettivi principali della lobby sono stati da sempre quelli di controllare il programma politico dei neri e di determinarne la direzione. E in questo la lobby è riuscita a realizzare i suoi scopi. Alcuni ricchi uomini d’affari pro-israeliani contribuiscono a sostenere le finanze di chiese Afro-americane e così tengono buoni i loro ministri; allo stesso modo vengono forniti fondi e informazioni utili ai politici di colore che aspirano ad un posto nelle istituzioni, così che la loro fedeltà ai donatori, se non addirittura a Israele, viene assicurata. Coloro che si rifiutano di genuflettersi di fronte alla lobby, che a suo tempo richiedeva di inghiottire le critiche a Israele che forniva armi al regime dell’apartheid in Sud Africa, vengono immediatamente accusati di antisemitismo e presi di mira allo scopo di estinguerli politicamente.

Ciò che rimane oggi è quello che io ho chiamato “la piantagione invisibile.” L’unico membro del Congresso che non fa parte della piantagione al momento è Cynthia McKinney di Atlanta, Georgia. Riuscirono a sconfiggerla nel 2002 per aver criticato Israele e la guerra in Iraq, ma lei diede battaglia e riconquistò il seggio nel 2004, con gran dispiacere non solo della lobby ma anche del Partito Democratico.

É pronto contro di lei un nuovo fuoco di sbarramento alle primarie del 18 luglio 2006 in Georgia.

Mancanza di opposizione
Infine, ed è la cosa più sconvolgente, ciò che distingue la lobby israeliana dalle altre lobby è che essa non trova un significativo contrasto.
In realtà, solo la primavera scorsa, con la pubblicazione nella London Review of Books del saggio intitolato ‘La lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti’, scritto dai professori universitari John Mearsheimer della University of Chicago and Steven Walt, di Harvard, l’argomento del potere e dell’influenza della lobby sulla politica estera americana in Medio Oriente è diventato un tema accettabile di dibattito pubblico.

Nel loro scritto i due studiosi hanno affermato, con prove abbondanti, che il sostegno statunitense a Israele in tutti questi anni non ha fatto gli interessi nazionali dell’America e che la guerra in Iraq è stata scatenata essenzialmente per conto di Israele, infine essi hanno efficacemente contrastato l’idea che Israele rappresenti un “bene strategico” degli Stati Uniti in questo momento.

Il fatto che si sia dovuto pubblicare il saggio a Londra, dopo che sia stato rifiutato dall’Atlantic Magazine negli Stati Uniti la dice lunga su quanto la discussione sulla lobby sia un argomento tabù negli ambienti della politica Americana.

Gli ambienti a cui mi riferisco non includono soltanto i sostenitori di Israele, i politici nelle istituzioni e i Media su cui i primi esercitano la loro influenza, ma anche la sinistra americana e la sua figura centrale, il prof. Noam Chomsky. Quest’ultimo, da una parte ha lodato i due studiosi per aver sollevato il problema della lobby, ma dall’altra si è affrettato, con aria indifferente, di liquidare le loro tesi senza nemmeno affrontarne i punti essenziali.

Non è stata una sorpresa. Per più di 30 anni, in innumerevoli libri, discorsi e interviste, il prof. Chomsky ha sostenuto che Israele è un “bene strategico” americano, che è utilizzato come “poliziotto a tempo” in Medio Oriente, e che la lobby non è proprio un fattore nelle decisioni di politica estera a Washington. Sembra così, egli insiste, perché le posizioni della lobby tendono ad andare d’accordo con quelle dell’elite dirigente americana. É interessante notare anche che Chomsky si oppone fortemente a ogni forma di pressione economica contro Israele, sia essa boicottaggio, de-investimento o sanzioni simili a quelle contro il Sud Africa dell’apartheid.

Avendo investito tanto nella sua posizione, il prof. Chomsky non cambierà certo idea proprio ora. Né, pare, lo faranno altri professori, come Stephen Zunes, che hanno adottato rigidamente il suo punto di vista.

I movimenti contro la guerra e per la Palestina
Ma quello che è più grave è che questa è stata la posizione del movimento contro la guerra e di quello di solidarietà con la Palestina. Invece di dare il benvenuto all’opportunità di criticare o per lo meno discutere il ruolo della lobby offerta dal saggio di Mearsheimer e Walt, i movimenti lo hanno ignorato o, come Chomsky e Zunes, hanno insistito nel dire che il problema non è la lobby, ma l’imperialismo americano (come se le due cose si escludessero a vicenda) che è un obiettivo facile ma offre poco fondamento per un’azione politica concreta. Il fatto che il movimento di solidarietà con la Palestina negli Stati Uniti abbia finora rappresentato un fallimento completo, credo, è dovuto al suo rifiuto di riconoscere il potere della lobby israeliana e quindi di combatterla a livello locale e nazionale.

É interessante notare che già nel 1971, tre anni prima che Chomsky pubblicasse il suo primo libro su Israele, Roger Hilsman, che era stato dirigente del Dipartimento di Stato (Esteri) nel settore dell’intelligence durante l’amministrazione Kennedy, aveva scritto:

“Risulta ovvio, anche all’osservatore più distratto, per esempio, che la politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, dove il fattore petrolio è fondamentale, è stata più sensibile alle pressioni della comunità ebraico-americana e al suo ovvio desiderio di sostenere Israele di quanto non lo sia stata agli interessi petroliferi americani”.

Stephen Green ha compiuto una ricerca su questo argomento andandosi a spulciare documenti del Dipartimento di Stato e così ha cominciato a dissodare un terreno fino allora rimasto vergine. La sua ricerca si trova nel magnifico libro Taking Sides: America’s Secret Relations with Militant Israel. Nel libro egli afferma, solo in un  modo un po’ più sfumato:

“Dal 1953, Israele e gli amici di Israele in America, hanno determinato a grandi linee la politica americana nella regione. É toccato ai presidenti americani realizzare quella politica, con gradi diversi di entusiasmo, e con la libertà di vedersela con scelte di carattere tattico”.

Il defunto prof. Edward Said non usava mezzi termini sull’argomento. Nel 2001, nel suo contributo dal titolo ‘L’ultimo tabù dell’America’ per la raccolta di articoli La nuova Intifada si chiedeva retoricamente:

“Cosa spiega l’attuale stato delle cose? La risposta si trova nel potere delle organizzazioni sioniste nella politica americana, il cui ruolo, nel corso di tutto il «processo di pace» non è stato mai affrontato in modo adeguato – un errore che è del tutto sorprendente, dato che la politica dell’OLP è stata quella di gettare il nostro destino in quanto popolo nelle braccia degli Stati Uniti, senza nessuna consapevolezza strategica di quanto la politica americana sia dominata da una piccola minoranza i cui punti di vista sul Medio Oriente sono in qualche modo ancora più estremisti di quelli dello stesso Likud”.

Riguardo all’AIPAC, Said scriveva:

“L’American Israel Public Affairs Committee – l’AIPAC – per anni è stato l’unica strapotente lobby a Washington. Attingendo da una popolazione ebraica ben organizzata, ben collegata, molto visibile e ricca, l’AIPAC ispira paura e rispetto in tutto l’ambiente politico. Chi oserà ergersi contro questo Moloc per conto dei palestinesi quando questi non possono offrire nulla, mentre invece l’AIPAC può distruggere una carriera professionale semplicemente staccando un assegno? Nel passato, uno o due membri del Congresso hanno osato resistere apertamente all’AIPAC, ma poi i numerosi comitati d’azione politici controllati dall’AIPAC hanno fatto in modo che costoro non venissero mai più rieletti .... Se questo è il materiale del ramo legislativo, cosa ci si può aspettare dell’esecutivo?”

La voce del prof. Said, come altre voci, caddero su orecchie per lo più sorde.

Così, non dovrebbe apparire sorprendente che nell’assenza di qualsiasi opposizione pubblica organizzata e nella vergognosa inadempienza da parte di coloro che dicono di sostenere la causa palestinese, la lobby israeliana non ha avuto difficoltà a mantenere il suo controllo sul Congresso degli Stati Uniti, e dirigere di fatto la politica mediorientale americana. Essa ha fatto in modo che qualsiasi presidente che si è opposto ad essa abbia dovuto pagare il prezzo di una prevedibile sconfitta elettorale il giorno delle elezioni per il secondo mandato.

Ogni presidente, a cominciare da Richard Nixon, ha fatto qualche timido sforzo per costringere Israele a lasciare la Cisgiordania, Gaza e le alture del Golan, non per il  beneficio dei palestinesi, ma per migliorare gli interessi regionali dell’America. Ogni minimo sforzo è stato ostacolato dalla lobby.

L’unica eccezione è stata Jimmy Carter, un politico outsider, il quale costrinse Menachem Begin a evacuare la penisola del Sinai in cambio del trattato di pace di Camp David con l’Egitto e nel 1978, per fargli inghiottire il rospo, gli ordinò di ritirare le sue truppe dal Libano, dopo la prima invasione israeliana del suo vicino settentrionale. La lobby, naturalmente, non era contenta degli accordi di Camp David, né degli altri sforzi di Carter nel fare pressioni su Israele e così anche lui dovette pagare il prezzo. Ciò avvenne alle elezioni del 1980 quando ricevette solo il 48% dei voti ebraici, la percentuale più bassa di qualsiasi candidato Democratico da quando si è cominciato a tenere il conto.

Data la situazione che ho descritto, le prospettive di cambiamento della politica americana se non fosse altro nei termini di dare un po’ più di giustizia ai palestinesi non sono affatto rosee.

Ciò che ci resta da fare è spiegare perché e cercare di far capire a coloro che sono alla testa del movimento e ne stabiliscono la direzione sbagliata che essi devono o cambiare atteggiamento o togliersi da mezzo.


Note

10 - La parola ‘lobby’ in inglese indica l’atrio, il corridoio (del parlamento o del senato) dove gli intrallazzatori del mondo politico o economico fanno pressioni (leggi: ‘bustarelle’, che è sempre il modo più concreto di fare pressioni) sui parlamentari o senatori per far approvare provvedimenti a favore degli interessi politici o economici che rappresentano.
11 - Il New York Times è notoriamente un giornale filo-sionista e sta quindi ben attento a non allarmare gli americani sugli impressionanti finanziamenti ai politici di Washington da parte di ‘benefattori’ ebrei.
12 - Haim Saban è veramente un buon esempio per capire come funziona la lobby ebraica. Il lettore ricerchi articoli sulle attività.
13 -  ‘Ombrella group’, cioè un’organizzazione che riunisce su un programma comune numerosi gruppi e associazioni.
14 - L’autore cita esattamente le parole del programma del comitato sionista. Tutti sanno che in America la parola ‘Negro’ è offensiva e razzista.
15 - Committee for Accuracy on Middle East Reporting in America, comitato per l’accuratezza nel giornalismo sul Medio Oriente in America.
16 - Per la comunità latino-americana, oggi più importante numericamente di quella Afro-americana, si veda sempre l’articolo su Saban.








Dopo Soros: “Lobby Ebraica”, un tabù infranto? - 3


AUTORE: Mauro Manno, Aprile 2007

Tradotto da Originale


 

II. Il dibattito è iniziato

Abbiamo già detto che non c’è nessun complotto segreto ebraico. Non c’è complotto ma c’è la  LESPI. Basterebbe seguire la stampa ebraica in America o in Israele per trovare tutte le notizie che la riguardano. Si può anche chiedere a Jeffrey Blankfort di essere inseriti nella sua mailing list e ricevere interessanti articoli della stampa ebraica americana. L’indirizzo di Blankfort è:  [email protected]

Dopo aver analizzato la fondamentale ammissione di Soros, possiamo tentare di ricostruire il dibattito iniziato dopo l’apparizione del già citato libro di M&W, di cui ovviamente la lettura. Gli esponenti della LESPI hanno subito capito (correttamente) che “M&W sono avversari pericolosi. Non sono ebrei (…); sono figure accademiche rispettate; e non hanno profili politici chiaramente delineati”. [17]

La posizione dei due studiosi è semplice e chiara: essi sostengono che l’attuale allineamento degli USA con Israele non è nell’interesse nazionale americano, e che la sua continuazione può spiegarsi solo con il successo conseguito dalla lobby israeliana nel bloccare qualsiasi dibattito serio al riguardo. La prima risposta che il loro studio ha ricevuto è stata una bordata di insulti, calunnie e negazioni. Si è particolarmente distinto negli attacchi al libro dei due studiosi “realisti” dell’Università di Chicago il professore di giurisprudenza di Harward Alan Dershowitz, notorio sionista, che non si perita di negare a tutta voce l’esistenza della LESPI allorché egli stesso ne è un importante esponente. Si tratta quindi di un negazionista. Si dà il caso però che la gatta a forza di andare al lardo, ci lascia lo zampino.

Nel suo libro Chutzpah (faccia tosta) [18], la sua autobiografia, scritta per dimostrare quanto di successo egli sia stato come ebreo americano e come egli sia sempre stato prima americano e poi ebreo, il nostro sionista commette un piccolo errore. A pag. 16 troviamo:

“La mia generazione di ebrei era troppo giovane per combattere il nazismo o per sostenere l’indipendenza di Israele, era troppo americana per fare l’Aliyah (emigrare in Israele), troppo comoda per portare i nostri corpi in prima linea nella lotta a favore di ogni cosa che sia ebraica. Invece,capimmo, contribuimmo …. Diventammo parte di quello che è forse lo sforzo più efficiente di lobbying e raccolta di denaro nella storia della democrazia.”

L’ipocrita sionista, oggi negazionista della lobby, ieri ne era un esaltatore e ne parlava come del più efficiente sforzo di lobbying e raccolta di denaro della STORIA della democrazia!!

Oltre a Dershowitz, numerosissimi e ben più intelligenti attacchi negazionisti della LESPI sono piombati sulla stampa, alla televisione e sul net. Ne riportiamo uno malizioso e malevolo di una certa Micelle Goldberg, la quale finge di apprezzare per meglio demolire. Essa dice che abbattere il tabù della LESPI è un “obiettivo degno ma che gli argomenti maldestri e rozzi (clumsy and crude) dei due studiosi potrebbero ritorcersi contro di loro” [19]. Le argomentazioni di M&W non sarebbero solo maldestre ma, vedi un po’, coinciderebbero (ahimé) anche con la posizione di un noto dirigente della destra razzista, David Duke, il quale afferma - non manca di ricordacelo la Goldberg - che “allo stesso modo in cui i sostenitori di ‘Israele al primo posto’ dominano i Mass Media, così il Congresso e il presidente sono afflitti dalla lobby israeliana”. Questo non è scandaloso, lo dicono in tanti e anche Blankfort che è ebreo. Ci troviamo davanti a un tentativo della Goldberg di equiparare posizioni che riflettono la realtà dei fatti con l’antisemitismo. Il problema da porsi è: È vero ciò che dicono Soros, Blankfort, M&W e David Duke sulla lobby? Che c’entra allora l’antisemitismo?

Altra accusa della Goldberg a M&W è di aver fatto ricorso a generalizzazioni riguardo ad un punto particolare: l’usa del denaro ebraico per influenzare la politica. Per chi critica la LESPI e il suo potere, questo è un punto centrale e non è un caso che la Goldberg cerchi di sminuirlo. Non ci riesce però, perché quando accusa i due studiosi di affrontare il tema del denaro ebraico “come se esso fosse un fattore monolitico” e quindi di usare argomenti “brutti e fuorvianti” è proprio lei che si dimostra ingannevole perché sa benissimo che monolitico o non questo è un fattore reale (non quindi brutto o fuorviante). Ella vorrebbe in realtà che ci si rifiutasse di tener conto degli stessi dati dettagliati che la stampa ebraica in America fornisce a chi vuole studiare il problema dei finanziamenti ebraici alla politica. Sono dati che tra l’altro provano il finanziamento multiforme e diversificato a vari candidati, Democratici o Repubblicani o anche terzi se si presentano con posizioni filo-israeliane contro avversari critici dello Stato ebraico. L’Ultima accusa, scontata, a M&W è che essi “sembrano stranamente dimentichi delle ragioni per cui l’argomento è così sensibile per gli ebrei”. E giù tutto il vittimismo ebraico, l’olocausto, la paura dell’antisemitismo. Ma che cosa c’entra tutto ciò con una spassionata e obiettiva disanima di fatti riguardante la lobby ebraica in America nei nostri giorni?

Il libro di Jimmy Carter 

Il dibattito è poi proseguito con l’apparizione del libro di Jimmy Carter, Palestine: Peace not Apartheid,[20] che ha suscitato uno scandalo. Gli attacchi della lobby contro di lui sono stati numerosi. Non solo verbali, per aver osato attaccare la politica di Israele nei territori occupati Carter si è visto ritirare i finanziamenti dati al suo Centre for Peace da ricchi ebrei. Evidentemente i finanziamenti avevano l’obiettivo di condizionare anche questo ex-presidente, inoltre alcuni suoi collaboratori ebrei sono usciti dal Centro. In America si può agire per la pace nel mondo ma non in Palestina. Carter non si è scomposto più di tanto, confortato dal grande successo del suo libro, ha continuato la sua battaglia e ha risposto alle numerose calunnie e attacchi della lobby.

In un’intervista [21] chiarisce, senza ancora accusare la lobby di questo, quale sia la situazione del dibattito sul conflitto Israele-Palestina:

“Mai in questo paese, puoi sentire parlare di un qualsiasi argomento (tre quelli che Carter espone nel suo libro, ndt) pubblicamente da parte di un membro eletto della Camera dei Rappresentanti o del Senato o da parte di qualcuno della Casa Bianca o da parte della NBC o ABC o CBS, o del New York Times, del Washington Post, Los Angeles Times. Mai”.

Si direbbe che l’ESPI controlli la Camera dei Rappresentanti, il Senato, la Casa Bianca, i principali media della carta scritta e della televisione. Così almeno sembra voler dire quell’antisemita di Carter. Alla richiesta se alle future elezioni politiche qualcuno dei candidati potrebbe assumere una posizione equilibrata, Carter ha risposto così:

“La parola «equilibrio» è una parola quasi del tutto inaccettabile nel nostro paese. Se ci fosse un candidato, democratico o repubblicano, che si presentasse alle elezioni del Congresso e dicesse al pubblico degli elettori, «Assumerò una posizione equilibrata tra gli israeliani e i palestinesi» ebbene, non sarebbe mai eletto, È una cosa impossibile nel nostro paese”

Affermazioni perentorie.

In un’altra intervista [21] ha accennato a due fattori che in America operano contro una giusta pace in Medio Oriente: i cristiano sionisti e l’AIPAC. Riguardo a quest’ultimo, Carte afferma:

“L’altro fattore è dovuto ad un’organizzazione, un gruppo di azione politica, chiamato American Israel Political Action Committee o AIPAC (qui non si capisce se Carter non conosce il significato dell’acronimo o se volutamente cambia le parole, in realtà AIPAC sta per American Israel Public Affairs Committee, ndt). È la lobby più efficiente che io ho mai visto all’opera, come presidente e da allora ad oggi. Ed è del tutto legittima. Fanno solo il loro lavoro e sono estremamente potenti in questo paese. Il loro scopo non è di promuovere la pace nel Medio Oriente. Il loro scopo è spiegare le politiche del governo di Israele in un particolare momento e raccogliere il massimo  sostegno possibile a queste politiche in America, cosa del tutto legittima. E sono molto ben informati ed estremamente ferventi ed efficaci”

Che l’AIPAC sia legittima , è dovuto all’anomalia americana che ha fatto sì che una lobby che ha nel programma la difesa degli interessi di un paese straniero possa operare apertamente negli Stati Uniti, sfuggendo quindi al Foreign Agents Registration Act, solo perché i suoi membri sono americani. Sono ebrei in realtà e sionisti e difendono gli interessi di Israele e della loro comunità. Sostengono però che questi interessi coincidono con quelli americani, il che può anche essere vero qualche volta ma non certo sempre. La LESPI ha comunque un raggio di possibilità di operare in America che supera di gran lunga le possibilità concesse ad altre lobby, di qualsiasi sorta. Il primo emendamento della Costituzione americana che consacra il potere del denaro (e il denaro non ha colore né nazionalità) lo prevede.

Chi si aspetta dagli Stati Uniti una soluzione equa al conflitto israelo-palestinese, è destinato ad aspettare a lungo. Non perché, ripetiamolo, gli Stati Uniti non hanno interesse alla costituzione di un piccolo stato palestinese sui territori occupati, al contrario. La ragione è che a causa del controllo dell’AIPAC e della LESPI sulle istituzioni americane e sui media, gli Stati Uniti non possono farlo.


James Petras ed altri

La reazione dell’AIPAC ai libri di M&W e a quello di Carter ha aperto le porte ad un vero dibattito a tutto campo in cui sono intervenuti contro la LESPI un certo numero di personaggi importanti.

In primo luogo ha preso la parola James Petras, già emeritus professore di sociologia presso la Binghamton University di New York, professore aggiunto alla Saint Mary's University, di Halifax, Nova Scotia,Canada, con laurea ad honorem della Boston University e vari altri titoli della University of California di Berkeley. Un calibro da novanta. In una serie di articoli ha demolito le posizioni dei difensori della LESPI e dei denigratori di Carter.

Un suo articolo [23], inizia con una citazione dal Forward:

“Non è un gran segreto la ragione per cui le agenzie ebraiche continuino a strombazzare il loro sostegno alle screditate politiche di questa amministrazione fallimentare. Considerano la difesa di Israele il loro scopo principale, al di sopra di ogni altro argomento in programma. Questa fissazione li lega ancora più strettamente ad una Casa Bianca che ha fatto della lotta al terrorismo islamico l’argomento centrale della sua campagna. Gli esiti di questa campagna sul mondo sono stati catastrofici. Ma questo non preoccupa le agenzie ebraiche.” [24]

Petras, passa in seguito a sottolineare come la lobby (egli usa il termine Struttura del Potere Sionista, o SPS) agisca in modo sfacciato e aperto e come delle sue malefatte ci sia ormai una ampia documentazione (per chi ha occhi per vedere o per chi non usa paraocchi ideologici).

“Basta guardare soltanto ai documenti, alle testimonianze e ai rapporti dell’AIPAC e della Conferenza dei Presidenti delle Principali Organizzazioni Ebraiche d’America per notare come i sionisti si vantano dei successi ottenuti nel promuovere una determinata legislazione, nel fornire (false) pubbliche dell’ex senatore Joseph McCarthy [25]  e nel consegnare informazioni segrete ai servizi segreti israeliani (cosa che i sionisti di sinistra chiamano «libertà di espressione»)”.

Afferma quindi che la documentazione accumulata dimostra che gli obiettivi della lobby sono due: la guerra americana globale contro il mondo islamico per rafforzare Israele nel Medio Oriente e la limitazione della democrazia per rafforzare il suo potere in America. Sul primo obiettivo così si esprime, senza mezzi termini:

“Se è vero, come dimostra l’enorme quantità di prove accumulate, che l’SPS ha svolto un ruolo fondamentale nello scatenamento delle principali guerre dei nostri giorni, conflagrazioni che possono provocare nuovi conflitti armati, allora vuol dire che è ormai indispensabile indebolire la capacità della lobby sionista/ebraica nel promuovere ulteriori guerre. Considerando l’approccio di tipo militaristico-teocratico israeliano alla sua politica di espansione territoriale e i suoi piani già chiaramente annunciati di nuove guerre alla Siria o all’Iran, e considerando il fatto che la SPS agisce come una cinghia di trasmissione altamente disciplinata in favore dello Stato israeliano e non si pone domande di sorta, i cittadini americani contrari a impegni militari presenti e futuri in guerre mediorientali devono opporsi alla SPS e ai suoi mentori israeliani. Inoltre, dati gli estesi legami esistenti tra le nazioni islamiche, le «nuove guerre» proposte dalla SPS/Israele contro l’Iran si trasformeranno inevitabilmente in guerre globali. Per questo la posta in gioco nella lotta contro la SPS è ben più ampia del processo di pace tra Israele-Palestina, o perfino degli stessi conflitti in Medio Oriente: riguarda il grande problema della Pace o della Guerra Mondiale”.

Sul secondo obiettivo della lobby, afferma:

“Senza le sfuriate liberticide e le audizioni pubbliche dell’ex senatore Joseph McCarthy [26], la lobby ebraica ha sistematicamente attaccato i pilastri fondamentali della nostra fragile democrazia. Mentre il Congresso USA, i media, gli accademici, i militari in pensione e altre figure pubbliche sono libere di criticare il Presidente, qualsiasi critica ad Israele e molto meno di una critica alla lobby ebraica vengono contrastate con rabbiosi attacchi in tutti gli editoriali dei principali giornali da parte di un esercito ‘esperti’ o propagandisti pro-israeliani, con richieste che chi ha osato criticare sia subito licenziato, purgato o espulso dal posto che occupa o che per lo meno al malcapitato venga negata qualsiasi promozione o nuovo incarico. Di fronte a qualsiasi importante personaggio che osa mettere in discussione il ruolo della lobby nel plasmare la politica americana nell’interesse di Israele, l’intero apparato sionista (dalle federazioni ebraiche locali, l’AIPAC, la Conferenza dei Presidenti delle Principali Organizzazioni Ebraiche d’America, ecc.) entra in azione – insultando, diffamando e stigmatizzando con l’accusa di ‘antisemitismo’. Negando ad altri la libertà d’espressione e uccidendo sul nascere il dibattito pubblico col ricorso a campagne di calunnie gravide di vere o pretese conseguenze, la lobby ebraica ha negato agli americani una delle loro più importanti libertà e uno dei fondamentali diritti costituzionali. Le massicce campagne di odio, perduranti e ben finanziate, dirette contro qualsiasi candidato critico verso Israele elimina realmente la libertà d’espressione tra le elites  politiche. L’influenza dominante di ricchissimi finanziatori ebraici a entrambi i partiti – ma soprattutto ai Democratici – è riuscita ad ottenere l’eliminazione effettiva di qualsiasi candidato che potrebbe ostacolare anche solo una parte del programma pro-israeliano della lobby. La conquista del controllo della campagna di finanziamento del partito democratico da parte di due zeloti ultra-sionisti, il senatore Charles Schumer e il congressista israelo-americano Rahm Emanuel, ha fatto in modo che tutti i candidati alle elezioni hanno dovuto sottomettersi totalmente al sostegno incondizionato della lobby per Israele. Il risultato è che non ci sono indagini nel Congresso, men che mai c’è dibattito, sul ruolo chiave di quegli importanti sionisti che nel Pentagono hanno operato nella fabbricazione dei famosi rapporti sulle «armi di distruzione di massa» irachene, nell’elaborazione e nell’esecuzione della politica della guerra e della disastrosa invasione dell’Iraq. Gli ideologi della lobby, facendosi passare per «esperti» del Medio Oriente, prevalgono negli editoriali e nelle prime pagine dei maggiori giornali (Wall Street Journal, New York Times, Los Angeles Times, Washington Post). Presentandosi come «esperti» del Medio Oriente, propagandano in realtà la linea israeliana sulle principali reti televisive (CBS, NBC, ABC, Fox, and CNN) e sui canali radio ad esse affiliati. I sionisti hanno svolto un ruolo preminente nel sostenere e mettere in pratica una legislazione altamente repressiva come il Patriot Act e il Military Commission Act, così come pure nel modificare la legislazione anti-corruzione esistente perché la lobby potesse finanziare viaggi ‘educativi’ in Israele per membri del Congresso. Il capo della Homeland Security (Sicurezza Interna), con 150.000 funzionari alle sue dipendenze e un bilancio multimiliardario non è altro che il fanatico sionista Michael Chertoff, pubblico accusatore capo delle istituzioni di carità islamiche, delle organizzazioni di soccorso ai palestinesi ed altri gruppi etnici mediorientali o musulmani negli Stati Uniti, che potrebbero, potenzialmente, sfidare il programma della lobby pro-israeliana. La più grande minaccia alla democrazia nel senso più pieno del termine – cioè il diritto di dibattere, eleggere e legiferare senza costrizioni di sorta – consiste proprio negli sforzi organizzati della lobby sionista tesi a reprimere il dibattito pubblico, controllare la selezione dei candidati e i temi della campagna elettorale, attuare una legislazione repressiva diretta e utilizzare le agenzie di sicurezza dello Stato contro gruppi elettorali che si oppongono al programma pro-israeliano. Nessun’altra lobby o gruppo di azione politica diverso dalla Struttura organizzata del Potere Sionista (SPS) e i suoi portavoce indiretti alla testa di posizioni chiave nel Congresso possiede una simile influenza diretta e consistente sul processo politico – cioè sui media, sul dibattito e le votazioni in Congresso, sulla selezione e il finanziamento dei candidati, nonché sull’ultima parola in merito alla distribuzione degli aiuti all’estero del Congresso e ai programmi mediorientali. Il primo passo verso il rovesciamento del processo di erosione delle nostre libertà democratiche consiste nel riconoscere ed esporre pubblicamente le nefande attività organizzative e finanziarie della SPS e quindi procedere verso la neutralizzazione dei suoi sforzi”.

Ma il colpo più duro che Petras mena alla LESPI si trova in un articolo intitolato significativamente Who Rules America del gennaio 2007 [27]. Non sostiene come qualcuno vorrebbe farci credere che ‘gli ebrei governano il mondo’ ma dati alla mano ci spiega che a causa del potere della lobby e del peso economico di gruppi finanziari ebraici quali Goldman Sachs, Stern, Lehman Brothers ed altri, il Segretario al Tesoro dell’attuale Amministrazione, Paulson, non è riuscito a “formulare una strategia coerente del capitale finanziario verso il Medio Oriente”. Sarebbe nell’interesse del capitale finanziario americano iniziare in Medio Oriente, una politica diversa dalla situazione confusa e totalmente a favore di Israele che regna adesso. Ma ciò non è possibile.

“Paulson deve lavorare duro con la Lobby se si vuole  concentrare nelle trattative con le monarchie delle città-stato del Golfo e con l’Arabia Saudita al fine di evitare una disastrosa ripetizione della vendita del Management del porto di Dubai. Sopra ogni altra cosa Paulson vorrebbe evitare l’interferenza politica sionista con il flusso nei due sensi del capitale finanziario tra i complessi bancari finanziari del petrolio nei paesi del Golfo e Wall Street. Vorrebbe facilitare l’accesso del capitale finanziario USA al vasto surplus di dollari nella regione. Non è sorprendente che il regime israeliano ha fatto un gran piacere ai suoi influenti sostenitori finanziari di Wall Street tracciando una linea di distinzione tra i ‘moderati’ (stati del Golfo)con i quali essi rivendicano interessi comuni e gli ‘estremisti islamici’. Il primo ministro israeliano Olmert ha chiesto ai suoi fanatici sostenitori negli Stati Uniti e alla lobby ebraica di prendere come linea guida le sottigliezze della linea del suo partito nel momento in cui si tratta delle relazioni Americano-Arabe”.

L’accusa alla lobby di svuotare o limitare la democrazia americana è rimbalzata su vari siti. Il professore universitario in pensione Paul Balles, che ha vissuto per 34 anni in Medio Oriente e oggi fa lo scrittore freelance, afferma che  “la lobby pro-israeliana svuota di significato la democrazia statunitense”[28]

Glenn Greenwald, sul rispettabile sito Solon.com, il 12 aprile 2007, lancia un durissimo attacco al settimanale Weekly Standard, portavoce della lobby e dei neoconservatori sionisti accusandoli di lavorare per giustificare e facilitare l’assunzione da parte di Bush di poteri “dittatoriali”[29]

Grant F. Smith su Antiwar.com, il 23 aprile, [30]se la prende con l’AIPAC e i giornali di proprietà ebraica in America (i più importanti) accusandoli di sabotare il processo alle spie dell’AIPAC colte in flagrante nel momento in cui pagavano informazioni riservate sull’Iran ad un funzionario del Dipartimento della Difesa (vedi nota 25)

Un attacco molto violento, sia per la riduzione della democrazia sia per la sua politica guerrafondaia viene mosso alla LESPI dall’ex-ispettore ONU Scott Ritter, già noto per aver smascherato le menzogne di Bush relative alle pretese armi di distruzione di massa di Saddam. Ritter sottolinea che riduzione della democrazia effettiva, menzogne e guerra marciano di pari passo. Intervistato da Nathan Guttman di Forward, [31] a proposito del suo nuovo libro Target Iran,  Scott  accusa la lobby ebraica di “doppia lealtà” e di “spionaggio vero e proprio” a favore di Israele. Per l’ex-ispettore l’AIPAC dovrebbe essere registrata come “agente straniero” al pari delle lobby cinese e indiana ed essere quindi privata dei suoi privilegi come lobby nazionale. Dopo aver sottolineato l’uso strumentale dell’olocausto ogni volta che si accusano le organizzazioni ebraiche di fare gli interessi di una nazione straniera, Ritter accusa Israele e la lobby di ridurre le possibilità di una discussione democratica e seria sulla cosiddetta ‘minaccia iraniana’. Israele e la sua lobby “attraverso una combinazione di ignoranza, paura e paranoia, hanno elevato l’Iran ad uno status di inaccettabilità” tale che sia impossibile “imboccare qualsiasi soluzione diplomatica alla crisi”.

La ‘minaccia imminente iraniana’ è, per Ritter, una montatura bella e buna e aggiunge “Che non ci siano dubbi al riguardo: se ci sarà una guerra americana contro l’Iran, sarà una guerra costruita in Israele e da nessuna altra parte”.

Il giornalista Scott McConnel dell’American Conservative, un settimanale legato all’ala ‘realista’ e non interventista del partito Repubblicano, [32] ricorda che fu Benjamin Netanyahu a invocare, nel primo giorno del 2007, la costruzione di un “intenso fronte di pubbliche relazioni” per persuadere gli americani della necessità di attaccare subito l’Iran. Sottolinea la complicità con la politica di Israele e della lobby da parte dei maggiori media (definiti “la fortezza della propaganda israeliana” [Israel’s propaganda fortress]) ma mette in evidenza come, in mancanza di una opposizione politica o mediatica ufficiale, si stia sviluppando un poderoso dibattito critico sul web.

Segnaliamo il bell’articolo del professore universitario palestinese-americano Mazin Qumsiyeh, tradotto anche in italiano, il quale ricostruisce la storia della “lobby israeliana/sionista” delle sue numerose vittorie ma anche delle sue ( sfortunatamente rare) sconfitte.[33]

Anche il noto giornalista e scrittore Michael Massing è intervenuto nel dibattito.[34] Egli scrive per la Columbia Journalism Review, ha ricevuto il Bachelor of Arts da Harvard ed una laurea Honoris Causa dalla London School of Economics and Political Science. La sua firma si può leggere anche in calce ad articoli del New York Review of Books del New York Times, The New Yorker e del Atlantic Monthly.  È l’autore di The Fix (2002), e del più recente Now They Tell Us: The American Press and Iraq. Massing si schiera contro la campagna di denigrazione di M&W e dei critici di Israele, che ritiene “vociferous” (rumorosa), “furious” (furiosa),  “scurrilous” (scurrile), “nasty” (schifosa). Tuttavia, in parte come la Goldberg, Massing cerca di dare una mano ad Israele e alla lobby e lo fa trascurando il punto centrale dell’argomentazione contro la lobby e disquisendo su punti secondari (i quali sono toccati da M&W solo di passata, perché non riguardano il loro obiettivo principale) che però sono altamente sensibili e fanno compattare la comunità ebraica. Uno di questi punti è il “terrorismo”. M&W, da buoni conservatori, non giustificano affatto il “terrorismo” palestinese ma fanno notare che il sionismo ha praticato il terrorismo contro i britannici già prima del 1948 e che Israele è nato con un atto di terrorismo, i massacri e l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra nel 1948. Massing scrive: “il ragionamento (di M&W) non convince, fa dipendere eccessivamente il giudizio su fatti attuali da avvenimenti degli anni ’40 e può essere usato per giustificare gli attentati suicidi oggi. (…) minimizzare la violenza contro Israele è argomento dubbio moralmente e vulnerabile”. Su questo non v’è dubbio che tutta la comunità ebraica si ritrovi compatta e anche gran parte del pubblico americano, tanto ignorante esso è dei problemi del sionismo e del Medio Oriente. Massing, questo “minimizer” del terrorismo israeliano contro i palestinesi (dal 1948 ad oggi) si dilunga su argomenti ‘facili’ come il terrorismo ma non si vergogna di accusare i due studiosi di ricorrere a documentazioni vecchie (come se col tempo perdessero la loro validità) e male interpretate (è questione di opinione). Ma sempre senza entrare nel merito del dibattito che M&W intendono suscitare.

Alla fine il non poco funambolico Massing è però costretto ad ammettere che “molte persone ne hanno abbastanza della lobby” e che tutto sommato, malgrado le pecche, “sul punto centrale – cioè il potere della lobby israeliana e l’effetto negativo che essa ha sulla politica USA – M&W hanno del tutto ragione”. Massing conclude il suo scritto esponendosi ulteriormente e parlando dello “sforzo della lobby di intimidire e tacitare gli oppositori”; si spinge fino a dire:

“La vergognosa campagna condotta contro M&W ha fornito un esempio eccellente delle tattiche da bullo usate dalla lobby e dai suoi sostenitori. L’ampia attenzione che il loro saggio ha ricevuto dimostra che, in questo caso, gli sforzi della lobby non hanno prodotto il successo a cui puntavano. Malgrado le molte pecche, il saggio dei due studiosi ha fatto un servizio molto utile ad aprire un dibattito su un argomento che è rimasto per troppo tempo un tabù”.

Ma allora il problema non è di dare ragione a tutti, il classico colpo al cerchio e alla botte, ma aggiungere argomenti alla giusta tesi dei due studiosi, contribuire cioè con nuovi fatti e analisi, laddove l’argomentazione dei due può essere lacunosa.

Un altro calibro da novanta ad aver attaccato la lobby è stato il giornalista e scrittore Nicholas Kristoff, premio Pulitzer e columnist non ebreo in forza al sionista New York Times.[35] Con la dovuta cautela dovuta nei riguardi del suo datore di lavoro, Kristoff punta il dito nella piaga della mancanza di dibattito sulla politica mediorientale americana (non potrebbe scrivere lui un bell’articolo?), Ma non osa entrare nel vivo del dibattito. Da parte sua lo scrittore Gary Kamiya invita gli ebrei a “unplug the Israel Lobby”, cioè staccare la spina della Lobby pro-israeliana e “alzarsi in piedi e dire ‘non in mio nome’”.[36]

Considerando tutti questi articoli ed altri, il prestigioso The Economist [37] registra il cambiamento di clima (“changing climate”) riguardo alla Lobby e accusa l’AIPAC (non è un’accusa da poco, venendo dal settimanale della finanza internazionale) di “bloccare la porta ad una uscita dall’Iraq e di mantenere invece aperta quella della guerra all’Iran”.

Segnaliamo un altro fiero oppositore, da anni della LESPI in America, il bravo e coraggioso giornalista Justin Raimondo i cui articoli si possono leggere sul sito da lui fondato www.Antiwar.com ; una grande risorsa. 

La quasi assenza della sinistra

In questo importante frangente la voce della sinistra antimperialista è flebile e timida. L’accusa di essere antisemiti si fa sentire su una parte politica che ha accettato passivamente la narrativa sionista dell’olocausto e della seconda guerra mondiale. Non mancano certo le voci dei soliti ebrei antisionisti, anche se timorosi di “suscitare l’antisemitismo” come se dire il vero significa fare il gioco del “male assoluto”. Il male cresce sulla menzogna, sull’ignoranza o sul silenzio.

Il giornale di sinista americano Counterpunch dà qualche spazio a Kathleen e Bill Christison, ex analisti della CIA, che scrivono un bell’articolo sulla nascita della lobby. [38] Il pezzo offre l’opportunità ai due direttori del giornale, Alexander Cockburn e Jeffrey St. Clair di dire la loro.

Un altro Cockburn, Andrew Cockburn, autore del libro Rumsfeld: An American Disaster che sta per uscire, scrive un bel pezzo sul Guardian in cui ci racconta il passato di un importante rappresentante della LESPI e della banda dei neoconservatori sionisti[39]. Si tratta di Paul Wolfowitz, Passato per volere di Bush, dopo il disastro iracheno, dal Pentagono alla Banca Mondiale. Egli è il responsabile in questa istituzione di uno scandalo di favoritismi che speriamo porti alla sua estromissione. Nell’articolo, “Wolfo”  è accusato di aver lavorato in combutta con tutta la LESPI, con Richard Perle, alias «Prince of Darkness», con Lewis “Scooter” Libby, ex capo personale di Dick Cheney e noto neocon, oggi in carcere per aver mentito ai giudici sull’affare di spionaggio Plame, al fine di preparare la guerra all’Iraq e la sua distruzione. Altra notizia importante contenuta nell’articolo è quella relativa alla stretta collaborazione (negli anni ’70) di Wolfo con il guerrafondaio Paul Nitze. “Nitze – ci dice l’autore dell’articolo – funse da padrino al movimento neoconservatore negli anni ’70, calcolando correttamente che una fusione della lobby pro-israeliana con la lobby militare-industriale USA avrebbe creato un’alleanza dal potere incontenibile”. E non è forse quest’alleanza che vediamo all’opera ai nostri giorni?

Garry Leupp, sul già citato giornale Counterpunch,[40] ci informa sulla costituzione dell’Office of Iranian Affairs, sulle ceneri dell’ormai inutile Office of Special Plans, responsabile della maggior parte della disinformazione preparatoria alla guerra all’Iraq. Inutile dire che entrambe le organizzazioni sono emanazione della lobby ebraica americana. Il personale dell’Office of Iranian Affairs è, più o meno, lo stesso della precedente organizzazione disinformativa. Si fanno i nomi: Abraham Shulsky, Douglas Feith, John Hannah, David Wurmser, ed ebraici  neocon continuando.

Complessivamente però la sinistra, salvo lodevoli eccezioni, si dimostra timida e reticente sulla lobby e questo fa indignare Joseph Anderson che in Indymedia  [41] critica alcuni personaggi importanti della sinistra americana, primo tra i quali Noam Chomsky, che minimizzano (minimize) il ruolo della Lobby e ritengono che l’imperialismo americano è molto cattivo (non lo sapevamo?) e non ha bisogno della lobby per essere nemico dei popoli del Medio Oriente. Secondo i minimizers, sostenere che la pessima politica mediorientale è determinata dalla Lobby sarebbe come dire che l’imperialismo da solo agirebbe con meno prepotenza e che tutta questa storia equivale alla posizione antisemita che gli ebrei dominano il mondo o che la coda (Israele) muove il cane (gli USA). La posizione dei sinistri (o sarebbe meglio dire sionistri) minimizers ebraici ha fatto presa su molta sinistra americana e europea ed ha impedito che nelle manifestazioni pacifiste Israele e la lobby venissero messe sul manco degli accusati.

La risposta di Anderson a queste critiche chomskiane è precisa e efficace:

“Essi persistono a dipingerci la Lobby come una struttura che opera in favore di una entità completamente esterna, interamente estranea all’establishment politico ed economico statunitense, e così cercano di convincere la Sinistra che una simile entità separata non potrebbe mai convincere una superpotenza imperialista come gli Stati Uniti ad agire contro i propri interessi. Si tratta tuttavia  di una semplificazione ridicola, che dimostra una profonda incapacità di comprensione su come funziona il nostro sistema di governo. In verità, la lobby israeliana opera simultaneamente come un interesse esterno e come un interesse interno “speciale”, rappresentato in una fazione della classe dirigente e dell’establishment americani che vogliono  vedere gli Stati Uniti impegnati in una politica mediorientale  inequivocabilmente israelocentrica. Questa fazione o interesse speciale ha un enorme potere a causa della sua base politica interna (specialmente in termini di condizionamento di voti): qualcosa che nessun altro interesse esterno terzo è in grado di fare.In questi termini si può dire che Israele e la sua lobby in America rappresentino una particolare tendenza dell’imperialismo americano”.

Anderson dà una lezione di marxismo ai sionistri americani e nostrani.

Da parte sua, John Walsh si chiede “Perché il movimento pacifista tace sull’AIPAC?” [42] Dopo aver citato due voci coraggiose nella rappresentanza Democratica del Congresso che hanno riconosciuto il ruolo negativo dell’AIPAC, le voci di Michael Capuano e di Dennis Kucinich, Walsh ci informa che il ruolo negativo della lobby ebraica si fonda su forti contributi (direi ‘investimenti’) soprattutto al Partito Democratico. “Con fino a 60 % dei suoi contributi che provengono direttamente o indirettamente dalla lobby israeliana, - scrive Walsh - i congressisti democratici non sono liberi di rispondere alla loro base che si esprime contro la guerra”. Comunque, malgrado le affermazioni di Capuano e Kucinich, i due rappresentanti della sinistra pacifista del Partito Democratico, malgrado le voci che anche nella sinistra si iniziano a farsi sentire contro la lobby, il movimento pacifista non pronuncia parola contro di essa. “Non c’è traccia di campagna contro l’AIPAC nelle principali organizzazioni pacifiste, come l’UFPJ( la Jewish Union for Peace) o Peace Action”. Alla domanda del perché l’assenza della guerrafondaia lobby tra gli obiettivi da combattere, i dirigenti del movimento affermano che “la lotta all’AIPAC costituirebbe una distrazione dagli obiettivi principali del movimento pacifista”. Walsh invece ribadisce che

“se il movimento pacifista vuole contare qualcosa, allora deve iniziare a lottare contro l’AIPAC. ( É la stagione delle maratone qui a Boston e il mio amico, l’espatriato israeliano Joshua Ashenberg, mi dice che il pensiero sottostante al movimento racchiude un errore logico. Riporto le sue parole: «Un ‘Movimento’ che non opera contro l’AIPAC Non è un movimento pacifista per definizione. Non serve a niente dire di essere un maratoneta e poi non correre mai una maratona»”.

Gli ebrei antisionisti

Altri commentatori di sinistra che affrontano la Lobby sono gli ebrei antisionisti Neumann, Lenni Brenner e naturalmente Jeff Blankfort che ci riserviamo per la fine

Michael Neumann, professore di filosofia alla Trent University dell’Ontario, Canada, sceglie un approccio minimalista alla questione della lobby.[43] Egli condivide il senso del documento M&W ma propone un metodo di lotta che consiste nel convincere gli americani che, dopo la fine della guerra fredda

“l’America non ha più ragioni serie per sostenere Israele, mentre ne ha di molto buone per non farlo. Si immagini solo per un attimo se gli Stati Uniti cessassero di sostenere Israele e dessero anche un moderato sostegno ai palestinesi. Di colpo l’islam e l’America si troverebbero fianco a fianco. La guerra al terrore diventerebbe una passeggiata. La credibilità degli Stati Uniti nel Medio Oriente salirebbe al cielo. E tutto diventerebbe molto meno costoso”.

Il professore Neumann non crede affatto che l’ostilità degli Stati Uniti verso il mondo islamico è causata dalla volontà americana di controllare le fonti petrolifere mediorientali.

“Al contrario, gli Stati Uniti hanno relazioni eccellenti con le nazioni degli Stati petroliferi del Golfo, e queste nazioni hanno da sempre insistito, con enfasi crescente, sul loro controllo del petrolio. Lo stesso si può dire delle compagnie petrolifere americane, che ovviamente preferiscono la cooperazione all’uso della forza quando si tratta del Medio Oriente. Si sono tenute a questa scelta anche quando ciò ha significato una considerevole riduzione dei loro profitti. Per ragioni simili, le grandi compagnie petrolifere USA non hanno appoggiato l’invasione dell’Iraq: i più importanti economisti del mondo del petrolio come Daniel Yergin e Fareed  Mohamedi hanno fornito argomenti convincenti in questo senso”.

Siamo d’accordo e la strategia di Neumann potrebbe anche funzionare ma si scontrerebbe con la Lobby e la lotta contro di essa deve essere presa in considerazione, non si può pensare di evitarla.
Lenni Brenner [44] da parte sua, ritiene che “da soli, né il petrolio, né la lobby né il fanatismo protestante dei born-again possono spiegare la debacle” mediorientale degli Stati Uniti. Il vero problema per Brenner è interno al sistema politico americano. Egli non nega affatto l’esistenza di una lobby sionista, ancor meno nega il potere del denaro di alcuni ricchi ebrei sionisti ma insiste che è il sistema politico americano che è corrotto, che non è una vera democrazia perché la gente comune non conta; conta solo il denaro dei potenti che corrompe i rappresentanti eletti che finiscono per rappresentare solo ed esclusivamente gli interessi dei loro finanziatori. Questo è certamente vero e vale per ogni democrazia borghese anche se in America le lobby possono agire alla luce del sole e altrove no. Non bisogna poi trascurare che la lobby ebraica pur operando a favore di un paese straniero sfugge al Foreign Agents Registration Act. Se solo quest’ultimo punto potesse essere evitato molte cose cambierebbero nella politica estera USA, e questo non è un fatto da trascurare. Per Brenner anche la stampa è colpevole perché nasconde la realtà dell’inganno della democrazia. La grande stampa pro-israeliana, soprattutto il New York Times e il Washington Post, essendo diretta al grande pubblico non ebraico si rifiuta di affrontare il problema e

“non menziona mai i contributi sionisti. Questi non sono un segreto di Stato. I principali giornali della comunità ebraica invece, il Forward e il Jewish Week, ne riportano resoconti dettagliati. Gli ebrei sono solo il 2 % degli americani. I sionisti ammettono di essere una minoranza in via di riduzione di quel 2 %, e i ricchi che versano denaro nelle tasche dei politicanti sono un minoranza tra gli stessi sionisti. Quanto serio può essere il Times riguardo alla campagna per riformare (il sistema politico americano, ndt) che dice di voler lanciare se non affronta mai editorialmente questo egregio esempio di una ricca minoranza di una minoranza di una minoranza che corrompe entrambi i partiti?”

Si nota in Brenner la paura che l’attacco alla lobby possa in qualche modo sviluppare l’antisemitismo. Brenner da rivoluzionario troskista pensa alla soluzione definitiva che, secondo lui, è la rivoluzione e trascura obiettivi che se realizzati farebbero fare un gran passo in avanti alla pace. De minima non curat Praetor. Ricordiamo comunque che egli è l’autore di due libri fondamentali sul sionismo. Il primo è Zionism in the Age of the Dictators (1983), un resoconto lucido e esauriente della collaborazione dei sionisti con tutti i regimi antisemiti del periodo tra le due guerre, il secondo è 51 Documents of the Collaboration of Zionism with Nazism (2003). I libri non sono stati tradotti in italiano.

Tra gli ebrei antisionisti, Jeff Blankfort, il più coerente, ha certamente un posto di rilievo. Abbiamo già visto la sua lunga esposizione sulla lobby. Ora vediamo come ci spiega, in un’intervista,  [45]la vera ragione per cui il movimento pacifista americano non riesce a vedere e denunciare il ruolo della lobby ebraica. Essa risiede nel fatto che gli ebrei, per vari motivi, si mettono alla testa del movimento pacifista per deviarne il corso e non orientarlo contro la lobby e Israele:

Sono propenso - dice Blankfort - a dire che il problema da superare per un vero movimento politico negli Stati Uniti è che fin dall’inizio esso non deve farsi bloccare né dai sionisti né dal rifiuto, come fa Chomsky, di parlare apertamente del sionismo e del ruolo che esso svolge, qui, negli Stati Uniti. (…).Questa è una delle ragioni per cui sono contro tutte le organizzazioni specificamente ebraiche che si dichiarano all’avanguardia nella lotta a fianco della Palestina. Sapete cosa succede? Ci sono tanti ebrei antisionisti, o che pretendono di essere tali, i quali dicono: «Noi, in quanto ebrei antisionisti, dobbiamo prendere la direzione del movimento affinché gli altri vedano che non tutti gli ebrei sostengono Israele». (…).Cosa c’entra essere ebrei o meno con il fatto di denunciare ciò che gli israeliani fanno subire ai palestinesi? In realtà, gli ebrei dovrebbero essere estremamente prudenti in relazione al ruolo di leadership. Non sono ruoli che spettano a quegli ebrei che si identificano come ebrei. L’ironia è che le persone di cui più si parla, quelle che si esprimono più di altri su questa questione negli Stati Uniti, sono tutti ebrei, i quali in fondo, vogliono proteggere Israele. Chomsky, beninteso, è il più importante fra questi. Essi criticano Israele, perché è importante, è qualcosa di cui non si può fare a meno. Ma poi stornano la responsabilità principale sugli Stati Uniti e con ciò, pur non assolvendo Israele, riescono a proteggerlo contro ogni tipo di ritorsione, sotto forma di sanzioni, di boicottaggi e di disinvestimenti”

In un articolo più recente Blankfort  [46] critica aspramente Stephen Zunes, che pure in passato aveva dato un buon contributo alla lotta contro la LESPI, ma che negli ultimi mesi ha assunto una posizione chomskiana. Stabilito chiaramente che “non ci sono scuse per il silenzio del movimento pacifista sul tema della lobby e ancor meno per genuflettersi alle «sensibilità ebraiche» riguardanti la lotta generale”, Blankfort ridicolizza alcune posizioni (che si auto-presumono marxiste) e vogliono far credere alla gente di sinistra che:

“Israele è costretto a svolgere per gli Stati Uniti lo stesso ruolo che gli ebrei svolgevano durante il feudalesimo quando fungevano da intermediari tra i signori e i servi”. Posizione ridicola continua Blankfort, perché “con quest’analisi ci vorrebbero far credere che Israele e i suoi sostenitori ebraici oggi si trovino, in qualche modo, nella posizione precaria in cui si trovavano gli ebrei europei alcune centinaia di anni fa. Questo è assurdo. La prima delle due situazioni era caratterizzata da una posizione di debolezza ebraica. Oggi invece, gli ebrei dominano più di quanto abbiano fatto in qualsiasi periodo della loro storia. [Si]… ignora il fatto che i sostenitori di Israele sono di gran lunga i principali finanziatori del Partito Democratico e dominano ogni settore dei Media: la TV, la radio, e la stampa”.

Alcuni importanti documenti storici recentemente pubblicati

Molto interessanti sono un libro su Kissinger e una serie di verbali di commissioni governative o senatoriali che riguardano anche la lobby. Il periodo di riferimento va dal 1965 al 1975. Il libro, scritto dallo storico Robert Dallek, riguarda il ruolo di Kissinger come Segretario di Stato dell’Amministrazione Nixon, in particolare nell’anno della guerra del Kippur, il 1973. Il titolo è, significativamente: Nixon and Kissinger: Partners in Power . Tutte le informazioni del libro sono tratte da “documenti recentemente pubblicati” dagli archivi presidenziali, “tra i quali 20.000 pagine di trascrizioni telefoniche di Kissinger e centinai di ore di registrazioni su nastro di Nixon” [47] i quali “mostrano che l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger comunicò in ritardo al presidente  Nixon l’inizio della guerra dello Yom Kippur per impedirgli di interferire. Il libro ci racconta come il 6 ottobre, Kissinger, al telefono con il capo del personale del presidente, Alexander Haig, il quale gli chiedeva se avesse svegliato il presidente e gli avesse comunicato l’inizio delle ostilità tra Egitto e Siria da una parte e Israele dall’altra, gli rispose “Non, non l’ho svegliato. Partirebbe subito alla carica….. Non penso che dobbiamo infastidire il presidente”. Vi era ovviamente il pericolo di un confronto con i sovietici e Kissinger, da solo, decise di trattare con loro senza avvertire il presidente. Il 7 ottobre, Nixon chiese al Segretario di Stato (che è solo un ministro degli esteri, lo ricordiamo) se vi erano stati messaggi da Brezhnev riguardanti la guerra in corso. “si, lo abbiamo sentito” fu la risposta di Kissinger. Il povero Nixon , dice Dallek, “dovette insistere, chiedendo debolmente, ‘cosa ha detto?’”

Ma la storia non finisce qui, infatti il 23 ottobre, Kissinger, sempre senza consultare il presidente, solo in combutta con Haig, riunì “un gruppo di dirigenti della Sicurezza Nazionale (non l’intero Consiglio quindi, ndt) per decidere una risposta a Brezhnev. Senza suggerimento o conoscenza del presidente, dice Dallek, essi decisero di elevare il livello militare mondiale di allerta a Def Con 3, un livello raggiunto una sola volta in precedenza” probabilmente durante la cosiddetta crisi dei missili di Cuba, nel 1960. A conclusione di tutto, Dallek ci informa che  “i documenti rivelano che (…) il crescente potere di Kissinger derivava dall’aggravarsi dell’incapacità del presidente dovuta allo scandalo Watergate”. Lo storico afferma anche che “Nixon non credeva che Kissinger avrebbe dovuto gestire la politica Mediorientale  e cita le seguenti parole dell’ex presidente: «Nessun ebreo dovrebbe gestire» la politica mediorientale degli Stati Uniti”

Cosa ha a che fare tutto ciò con la lobby? È presto detto (la mia è naturalmente una interpretazione maliziosa, anzi malevola e «antisemita»): Kissinger, al Dipartimento di Stato, quando si trattava di questioni mediorientali si consultava prima con Tel Aviv e cercava di mettere il Presidente degli Stati Uniti davanti a fatti compiuti nell’interesse di Israele. Nixon giustamente non si fidava di lui. Ma c’era un rapporto tra LESPI e Kissinger?
Si. Un rapporto profondo e pluridecennale. Se qualcuno vuole informarsi gli consigliamo il ben documentato libro di Seymour Hersh, The Price of Power, Kissinger in the Nixon White House. [48]

Il secondo riferimento che vogliamo fare è ai verbali della Commissione Fulbright (1967) in cui si dibatté del già forte potere della lobby. Una parte del testo è stata pubblicata dal capo redattore di Haaretz in America, Shmuel Rosner.[49]

Il senatore Fulbright è stato una delle prime vittime della lobby. Nel 1963, in una audizione del Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere, “un periodo in cui l’assistenza finanziaria e il sostegno politico a Israele da parte degli Stati Uniti erano insignificanti se paragonati a ciò che sarebbero diventati, ed era ancora possibile che per lo meno un legislatore eletto criticasse pubblicamente Israele dalla tribuna del Congresso”, [50] egli mostrò come il denaro, tax free, donato a Israele da ebrei americani venisse riciclato per pagare la propaganda israeliana negli Stati Uniti. Il senatore J. William Fulbright, Democratico dell’Arkansas, poi presidente del suddetto Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere si batteva per far registrare l’AIPAC come agente straniero secondo la legge denominata Foreign Agents Registration Act. Che il vecchio senatore avesse capito che delle due l’una sola è vera: o le istituzioni controllavano l’AIPAC o l’AIPAC avrebbe finito per controllare le istituzioni? Io credo di sì. Comunque nel 1967 lo stesso senatore Fulbright nella medesima Commissione di cui era diventato presidente, esattamente il 9 giugno, aprì una discussione sui possibili modi di fare pressione su Israele ed evitare le pressioni di Israele sugli Stati Uniti. Riportiamo un brano della discussione:

“Segretario di Stato Dean Rusk (favorevole a Israele): ebbene, non voglio sottovalutare l’influenza (di Israele sull’America, ndt) in questa situazione, voglio solo dire che essa non è necessariamente decisiva quando parlate con paesi circa ciò che loro ritengono una questione di vita o di morte per loro.

Senatore Bourke Hickenlooper dell’Iowa: Ma non esentiamo dalle tasse i denari che vengono donati a Israele, cosa piuttosto inusuale? Potremmo fermare questo provvedimento.

Segretario di Stato Dean Rusk: Credo che i contributi all’United Jewish Appeal sono esentasse, si.

Il presidente, J. William Fulbright dell’Arkansas: Si, è proprio così. È l’unico paese che gode di questo beneficio. Lei crede che ci siano i voti in Senato per revocare questo provvedimento?

Senatore Clifford Case del New Jersey: E lei sarebbe a favore della revoca?

Senatore Bourke Hickenlooper: Io credo che dovremmo trattare tutte le nazioni allo stesso modo.

Senatore Clifford Case: Giusto, ma lei è a favore del provvedimento?

Senatore Bourke Hickenlooper: Se non diamo questo provvedimento alle altre nazioni, io non …

Il presidente: Il problema è che essi sono sicuri che hanno il controllo del Senato e che possono fare come vogliono.

Senatore Stuart Symington del Missouri:Cosa ha detto?

Il presidente: Ho detto che essi sanno di avere il controllo del Senato politicamente, e qundi qualsiasi cosa il Segretario di Stato dice loro, gli possono ridere in faccia. Dicono «Si va bene, ma tu non controlli il Senato»

Senatore Stuart Symington : Sono stati molto solerti a chiedere che ogni senatore si pronunciasse apertamente se il Senato doveva agire unilateralmente su questa questione e solo due o tre senatori  hanno osato farlo.

Il presidente: Sanno benissimo che una volta che la legge è passata non puoi revocare questa esenzione delle tasse più di quanto tu possa volare. Non è possibile far approvare un simile provvedimento dal Senato.

Senatore Bourke Hickenlooper: non penso proprio.”

L’immagine di un’America superpotente che nel 1967 non riesce a far approvare una legge sulla revoca dell’esenzione tasse per il denaro ebraico, è qualcosa a cui pochi avevano pensato doversi un giorno confrontare.


A mo’ di conclusione

La lobby pro-israeliana dunque esiste e la si può chiamare ‘ebraica’ perché tale essa è di fatto in quanto costituita da ebrei, alcuni dei quali ricchissimi, e controlla o influenza la quasi totalità degli ebrei. Essa è anche sionista perché appoggia la strategia sionista dello stato ebraico. Gli ebrei che coerentemente si oppongono alla lobby sono gli ebrei antisionisti. Oggi, a causa della disfatta americana in Iraq la cui invasione la lobby, i neoconservatori sionisti e Israele hanno voluto, organizzato, propagandato e appoggiato, questi agenti guerrafondai sono nella tempesta. Dopo M&W, Carter, e Soros, il tabù è crollato in America (non ancora da noi) e si assiste ad una liberazione degli spiriti e allo sviluppo della critica. La presa della lobby ebraica e dell’AIPAC in particolare sul Congresso, sull’amministrazione e sui due partiti maggiori in America è però più forte che mai. L’alleanza della lobby ebraica con il complesso militare industriale (Nitze), e con i cosiddetti cristiano-sionisti (o crociati protestanti o born-again), la sua formidabile forza economica ne fanno un nemico potentissimo della democrazia e della pace. Sconfiggere un tale mostro non sarà cosa facile. Ma la lotta adesso è aperta anche se non ad armi pari. Anche in Italia è venuto il momento di dare battaglia.


Note

17 - Norman Birnbaum, Israel on the Potomac: power under pressure,  Open democracy, 25-1-2007, vedi:
http://www.opendemocracy.net/democracy-americanpower/israel_potomac_4285.jsp#
18 - Alan Dershowitz, Chutzpah, New York, Touchstone Books, 1992.
19 - Michelle Goldberg, Is the “”Israel Lobby”” distorting America’s Mideast Policies?, Salon.com, vedi:
http://www.salon.com/news/feature/2006/04/18/lobby/
20 - Jimmy Carter, Palestine: Peace not Apartheid, Simon & Schuster, New York, 2006. Traduzione nostra.
21 - Democracy now: Palestine: Peace Not Apartheid...Jimmy Carter In His Own Words, 30 novembre 2006, vedi:
http://www.democracynow.org/article.pl?sid=06/11/30/1452225
22 - The Seattle Times: Local News: An interview with former President Jimmy Carter, 13 dicembre 2006.
23 - James Petras, Perché è così importante condannare Israele e la lobby sionista, 22 dicembre 2006, vedi:
http://www.dissidentvoice.org/Dec06/Petras25.htm.
24 - Dichiarazione di J.J. Goldberg, direttore di Forward, 8 dicembre 2006. Si noti come gli ebrei di Forward, quando decidono di farlo, usano la parola ‘ebraico’ e non ‘sionista’ o ‘pro-israeliano’, cosa che però, per la loro ‘sensibilità’ superiore, proibiscono ai goyim i quali se la usano sarebbero antisemiti.
25 - Recentemente due dirigenti dell’AIPAC, Steve Rosen e Keith Weissman, sono stati indagati e sono sotto processo per aver corrotto un funzionario americano del Ministero degli Esteri, un tale Lawrence Anthony Franklin, analista del Dipartimento della Difesa, al fine di ottenere informazioni riservate sull’Iran per passarle ad agenti israeliani in America. Franklin si è dichiarato colpevole e sta scontando una condanna in prigione.
26 - Iniziatore del cosiddetto periodo del «Maccartismo» durante il quale, negli anni Cinquanta si procedette ad una vera e propria caccia alle streghe contro comunisti, socialisti e democratici, nell’amministrazione, i media e la società.
27 - Who Rules America del gennaio 2007
28 - Paul Balles, Pro-Israel lobby robs US democracy of Meaning, vedi:
 http://www.wakeupfromyourslumber.com/node/1073 .
29 -  Glenn Greenwald, Weekly Standard: Bush has “near dictatorial power, Salon.com, 12 aprile 2007,
http://www.salon.com/opinion/greenwald/2007/04/12/weekly_standard/index.html
30 - Grant F. Smith, Is the Media sabotaging the AIPAC spy trial?
 http://www.antiwar.com/orig/gsmith.php?articleid=10853
31 - Nathan Guttman, Book: Israel, lobby pushing Iran War, Forward, 29 dicembre 2006,
http://www.forward.com/articles/book-israel-lobby-pushing-iran-war/ .
32 - Scott McConnel, Bloggers vs. the Lobby, Israel’s propaganda fortress faces a surprising new challenge, The American Conservative, 12 marzo, 2007, vedi: http://www.nowpublic.com/bloggers_vs_the_lobby, ed anche: http://www.handsoffiran.org/news/2007/jbloggers.htm.
33 - Mazin Qumsiyeh, La lobby israeliana/sionista in America e la sua influenza sulla politica statunitense, Tlaxcala, tradotto da Manno Mauro, http://www.tlaxcala.es/section.asp?section=4&lg=it .
34 -  Michael Massing, The storm over the Israel Lobby, New York Review of books, Vol. 53, N° 10, 8 giugno 2006. Vedi: http://www.nybooks.com/articles/19062
35 - Nathan Guttmann, Soros and Media Heavyweights attack Pro-Israel Lobby’s Influence on U.S. Policy, Forward, 23 marzo, 2007. Vedi:  http://www.forward.com/articles/soros-and-media-heavyweights-attack-pro-israel-lob/
36 - Gary Kamiya Can America Jews unplug the Israel Lobby?, Salon.com, 20, marzo 2007. Vedi:
Http://www.salon.com/opinion/kamiya/2007/03/20/aipac/print.html .
37 - Vedi l’articolo al sito web:  http://gorillaintheroom.blogspot.com/2007/03/economist-on-aipac.html
38 -  Kathleen e Bill Christison, The Rise of the Israel lobby, Counterpunch, 16 6 2006, vedi:
39 -  Andrew Cockburn, The Puppet who cleared the way for Iraq’s destruction, The Guardian, 26 aprile, vedi:
http://www.guardian.co.uk/Iraq/Story/0,,2065605,00.html .
40 - Garry Leupp, Embedded Journalism and the Disinformation Campain for war on Iran,
41 - Joseph Anderson, The Left and the Israel Lobby, 18 giugno 2006, Indymedia,  http://www.indymedia.ie/article/76750
42 - John Walsh, Why is the peace movement silent about AIPAC?, Counterpunch, 17/04/07, vedi:
http://www.counterpunch.org/walsh04172007.html .
43 - Michael Neumann, The Israel Lobby and Beyond, Counterpunch, 4 aprile 2006, vedi:
http://www.counterpunch.org/neumann04042006.html .
44 -  Lenni Brenner, The lobby and the great protestant crusader, Counterpunch, 17 maggio 2006. vedi:
http://www.counterpunch.org/brenner05172006.html .
45 - Silvia Cattori, Intervista a Jeff Blankfort, I movimenti contro la guerra hanno fallito completamente,  Voltairenet.org, http://www.voltairenet.org/article136126.html .
46 - Jeff Blankfort, Breaking the silente on the Israel lobby, The palesatine Chronicle, 26 marzo 2007, vedi:
 http://www.palestinechronicle.com/story-03260790433.htm
47 - Reuters, Book says Kissinger delayed telling Nixon about Yom Kippur War, Haaretz.com, 3 aprile 2007, vedi:
http://www.haaretz.com/hasen/spages/845041.html.
48 -  Seymour Hersh, The Price of Power: Kissinger in the Nixon White House, Summit Books, reprint 1984.
49 - Shmuel Rosner, Senator Fulbright, 1967: The trouble is that the Jews think they have control of the Senate, Ha’aretz,29 aprile 2007 vedi: http://www.haaretz.com/hasen/pages/rosnerBlog.jhtml?itemNo=847472&contrassID=25&subContrassID=0&sbSubContrassID=1&listSrc=Y&art=1 . Per chi vuole vedere le centinaia di pagine pubblicate dal Senate Foreign Relations Committee, basta vedere il sito:  http://www.fas.org/irp/congress/2007_hr/1967executive.html .
50 - Vedi: Discorso tenuto da Jeffrey Blankfort alla conferenza della Commissione Islamica per i Diritti Umani, presso la Scuola di Studi Orientali e Africani, Londra, 2 Luglio 2006, sopra riportato, nella sezione La struttura della Lobby.




Illustrazioni di Carlos Latuff, Brasile

Il ritratto di James Petras è di Ben Heine, Tlaxcala

Mauro Manno è professore di lingua e letterature straniere, scrittore, specialista del Medio Oriente e traduttore membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità lingistica. Ha fatto questo intervento al convegno “La storia imbavagliata. Il Medio Oriente e l’Olocausto” tenutosi nell’ambito del master “Enrico Mattei”, coordinato da Claudio Moffa, all’Università degli Studi di Teramo, dal 17 al 19 Aprile 2007.
URL di questo articolo: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=2547&lg=it



"Israele come stato ebraico costituisce un pericolo non solo per se stesso e per i suoi abitanti, ma per tutti gli ebrei e per tutti gli altri popoli e stati del Medio Oriente e anche altrove."

- Prof. Israel Shahak, ebreo israeliano e direttore della lega israeliana per i diritti umani e civili


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